Smote – Songs from the Free House

Recensione del disco “Songs from the Free House” (Rocket Recordings, 2025) di Smote. A cura di Lucio Leonardi.

Daniel Foggin l’ha fatto ancora, farmi credere di trovarmi di fronte ad un album di comunissimo doom per poi rivelarmi, con i successivi ascolti un mondo totalmente diverso.

Parto con il dire che li ho scoperti in tempi recenti, praticamente qualche mese fa, attratto dal nero del fantastico “A Grand Stream”, quello prima di questo: quella psichedelia mista a doom, un pizzico di folk e ad uno strisciante odore di massimalismo à la Swans me l’hanno fatto, quasi da subito (ricordate quello dicevo in apertura di recensione?), amare, talmente tanto da aver reso spasmodica l’attesa per questo. 

Le attese quindi erano alte, diciamo abbondantemente ripagate, anche se qui viene fuori l’anima folk e rituale già accennata in passato, vengono fuori strutture puramente doom con riff à la Sabbath in primissimo piano, flauti, cori quasi monastici, oscurità e poi altra oscurità, ma viene meno il lato più Swans, quello strisciante di cui sopra, e questo delude un po perché avrei voluto lo approfondissero anziché abbandonarlo. 

Ma va bene lo stesso perché la bellezza di ogni singola nota, ogni drone che piano piano si trasforma in una discesa lenta e inesorabile nella psiche umana, lo innalzano a opera strabiliante, personale ed emozionante.

Daniel Foggin l’ha fatto ancora, mi ha lentamente ed inesorabilmente fatto innamorare della sua nuova creatura.

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