The Last Dinner Party – From the Pyre
Recensione del disco “From the Pyre” (Island Records, 2025) delle The Last Dinner Party. A cura di Federica Amoroso.
Le difficoltà dell’amore, l’imprevedibilità della vita, la morte. Le brutture dell’esistenza che restano dentro di noi come malattie e di cui faremmo meglio a liberarci. Ma come?
Attraverso il fuoco, insieme distruttore e purificatore. È questo il concept del secondo album delle Last Dinner Party, dal titolo “From the Pyre“, descritto dalla band stessa come un luogo allegorico di violenza e distruzione, ma anche di rinascita e passione. Diverso, ma simile al tanto acclamato album d’esordio “Prelude to Ecstasy“, quasi speculare: ogni brano del primo disco, celestiale, sembra qui trovare un suo corrispettivo, terreno. Prodotto questa volta da Markus Dravs (Florence + The Machine
e Björk), “From the Pyre” è lo scarto del primo album, quella dissonanza che rimane quando senti di non aver raccontato tutta la storia. “Prelude to Ecstasy” è l’apollineo, “From the Pyre” il dionisiaco. Se rimane l’approccio barocco e teatrale che caratterizza la band, insieme agli immancabili riferimenti biblici e storici, il suono questa volta si fa più cupo e sperimentale e i riferimenti più moderni. Gli archi, i fiati e l’arpa lasciano il
posto a chitarre distorte, sintetizzatori e arrangiamenti più crudi. Cambia anche la visione della forza femminile: non più confinata alla cura o ridotta alla sinergia di gioco e desiderio, ma riconosciuta come una forza primordiale, caotica e disgregante. Lo si percepisce nei cori e nei suoni di Woman Is a Tree. E questa natura ancipite, fatta di fragilità e forza, si fa carico della rabbia e del dolore degli altri, non all’infinito, come accadeva invece in The Feminine Urge che evocava la punizione eterna di Prometeo, ma solo fino a che “the levee breaks” (I Hold Your Anger).
Ma poiché una buona opera non vuole solo raccontare le brutture, ma trasformarle, liberarsene- in questo caso sacrificandole al fuoco- nell’album entra in gioco un elemento interessante: la finzione. E allora ecco che si susseguono santi, giocatori, cowboys e marinai, figure che si prestano a raccontare la realtà traslandola su un altro piano. Il dispositivo della finzione viene utilizzato come forma di controllo sul caos della vita. Quando il confine tra la verità e la fiaba si fa labile, diventiamo finalmente padroni delle nostre esperienze, troviamo finalmente un modo di raccontarcele. L’album è infatti una raccolta di storie personali, quotidiane, che però si trasformano: le figure mitiche diventano strumenti per conferire senso e restituire dignità ai fatti della vita.
In Agnus Dei, un ex amante discende dalle nuvole come fosse un santo sul London Bridge, e Morris canta: “Oh, here comes the apocalypse / And I can’t get enough of it”. Count the Ways si apre con un riff che ricorda il suono dei primissimi Arctic Monkeys, per poi diventare qualcosa di diverso, un brano costruito su più livelli, dove ogni elemento contribuisce a creare un’atmosfera densa e ricercata. Second Best, già uscito come singolo e scritto dalla chitarrista Emily Roberts, si ispira al pop degli Sparks, gruppo che la band cita come riferimento musicale e al quale ha già reso omaggio con una cover di This Town Ain’t Big Enough for the Both of Us. In This is the killer speaking, Abigail Morris si trasforma in un cowboy in cerca di vendetta per una storia finita male: “Here comes the killer/here comes your girl”.
Rifle evoca l’energia degli Zeppelin in Houses of the Holy, con un coro potente e minaccioso che rende il brano una sorta di risposta moderna a War Pigs dei Sabbath. Qui Abigail cede il microfono alla chitarrista Lizzie Mayland, con la quale canta solo un breve passaggio poetico in francese, unico momento del brano che forse ne spezza lanarrazione e il pathos. In Sail Away ritorna la connessione tra la forza femminile e le forze naturali: “I’m not just a girl/ I’m a seaside.” Una forza vitale, ma anche imprevedibile e distruttiva, resa con la dolcezza di una ballad al pianoforte. The Scythe affronta il tema della perdita e della morte, ma senza negarla, chiedendo solo che il tutto avvenga in fretta: “Make it quick/ so I can’t see the scythe in its sheath.”
L’ultima traccia dell’album, Inferno, ricorda musicalmente un Elton John degli anni ‘80. Dopo aver alimentato il fuoco con tutto ciò che è accaduto, non resta che danzare intorno alle fiamme, respirando la polvere: “Breathing the dust of an inferno.” Il brano è scritto intorno a una ricerca di resilienza dopo la distruzione: “In the morning, in the evening/ I keep trying, Lord, I’m trying.” Ironia del destino: sebbene non previsto dalla band, l’ultima nota di Inferno richiama l’apertura della prima traccia del disco, creando un effetto circolare quasi simbolico — conquistiamo la purezza e la quiete solo per perderle nuovamente, e allora non ci resta che appiccare un altro fuoco.
Con questo secondo disco le Last Dinner Party confermano di avere uno stile ben definito, inteso non solo come cifra musicale, ma come visione del mondo e del loro progetto artistico.
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