Chat Pile and Hayden Pedigo – In the Earth Again
Recensione del disco “In the Earth Again” (Computer Students™, 2025) di Chat Pile e Hayden Pedigo. A cura di Fabio-Marco Ferragatta.
[…] Ancora una volta si trovava in presenza
In ascolto, Raymond Carver, “Tutte le poesie” vol. 1, Minimum Fax
di un mistero. Pioggia. Risate. Storia.
Arte. L’egemonia della morte.
Rimase lì impalato, in ascolto.
Carver raccontava l’America. Anzi, un’America. Tante anime, uno specchio che solca i luoghi e i vuoti riflettendo e distorcendo chi vi si affaccia. E cosa. Paesaggi alieni, paesaggi che sanno di casa, ma casa è anche quel che ci uccide, spesso e volentieri. Due mondi che si rifrangono, frattali di un insieme. Alla fine, si fondono e creano un’unica realtà che decade da quando è nata. Non importa in quale dei cinquanta Stati si sia. Lo sappiamo anche non essendoci stati. Ce lo hanno narrato in tanti e così bene che ci pare di conoscere tutto, da sempre.
Chat Pile e Hayden Pedigo sono questo. Stanno allo specchio e si rendono conto che non c’è alcuno specchio. C’è un solo mondo, e quel mondo è agli sgoccioli, così tanto che sembra già ampiamente finito. Chat Pile e Hayden Pedigo (natio texano), nell’inverno dello scorso anno, a Oklahoma City, decidono di dipingere un’America del dopo, un mondo d’oltretomba, di abbandono e oltre la fine. Aldilà dei vivi. Vivi che non lo sembrano più. La strada imboccata è questa. Due realtà che non si stavano specchiando ma che condividono lo stesso spazio, uno spazio che ormai si disgrega.
Si incamminano nel buio punteggiato dagli incendi dell’Apocalisse e ogni tappa raggiunta, ogni situazione, va a formare “In the Earth Again”. Il suono non è più viscoso e depravato, ma lontano, rarefatto. Anche la violenza sa di reami abbandonati. Chitarre che si intrecciano e risuonano lungo i boschi di notte o in giornate uggiose dipingendo la solitudine di tutti. Quasi senza un ritornello, ogni brano è di passaggio ma qui per restare. Le melodie sono amare e pesanti anche quando il tocco è gentile.
And they will find you
Demon Time
And they will fuck you up
Le voci di Raymond Busch e Hayden, la prima stremata dalla rabbia, la seconda dal vuoto, non si incontrano mai, gridano e sussurrano, baciano e sputano. Le sei corde, invece, sì che si incrociano tra i sentieri gelati.. Si abbandonano una sull’altra, chitarre al collo di chi può suonarle (tutti i CP possono e lo fanno), e scendono a valle. Dolci e scontrose, Americana e sludge mostruoso, due lati sradicanti che convivono. Tutto crolla, massacrato da ritmi lenti e sconci, strascicati, sbandati, vuoti a perdere colmi di delusione e feralità.
Until the world ends
The Magic of the World
Until i can no longer conjure you
Untile I can no longer bring you into my room
Before the life goes from my eyes
Before all magic is lost to time
You’re here
With me
One more time
Until the world ends
Quando le parole non appaiono, ogni momento è sospeso, annegato in rarefazioni che vanno via via distruggendo tutto l’intorno, creano ponti per mondi a sé stanti, come intercapedini tra questi e il nostro. Arpeggiati, sfiancanti, grondano sangue etereo. Pesano quanto le canzoni, che vere canzoni non sono, non hanno veri ritornelli, lo dicevo prima, seguono un flusso, canalizzano un sentimento di rabbia impazzita e lontananze incolmabili che si fanno tutt’uno senza un genere a cui aggrapparsi, senza darci false speranze o illusioni. Sono strati elettrici senza fine, quelli che baluginano, pianto pesante, heavy più dell’heavy, doom senza doom. Costruiscono, mattone su mattone, un muro invalicabile di rimpianti che bucano il petto, trapassano, da parte a parte.
And I toast all my friends
Radioactive Dreams
All my friends in the dirt
And I don’t want to talk, but
God isn’t speaking
It’s a dog I can’t outrun
Unshakable feeling tonight
Ci sono tutti gli elementi, tutti i suoni del malessere, “tutti i colori del buio” in “In the Earth Again”. C’è quel che volevamo sentire a costo di soffrire una volta in più e ancora più a lungo. C’è un mondo, ce ne sono tanti, e non ce n’è più nessuno. È il futuro che (non) ci aspetta, ineluttabile, in forma musicale. Fa male, ma ne vogliamo ancora, nella speranza che una cura ci sia.
Post Simili
Consigliati dall'AI di Impatto Sonoro




