Tame Impala – Deadbeat
Recensione del disco “Deadbeat” (Columbia, 2025) dei Tame Impala. A cura di Davide Bonfanti.
Kevin Parker – la mente, il braccio, e ogni altro singolo organo dietro il progetto Tame Impala – ti invita ad un rave. Accetti?
La proposta, e soprattutto la sua provenienza, ci lascia un po’ spiazzati: con lui abbiamo trascorso innumerevoli pomeriggi a fumare erba su terrazze assolate, raccontandoci cosmogonie improvvisate sul riquadro azzurro aperto sopra alle nostre teste. Le sue canzoni hanno giocato coi nostri pensieri, solleticando panorami lisergici assopiti da lungo tempo. Nulla di tutto questo, tuttavia, ci ha mai fatto pensare che Parker potesse essere tipo da rave. Un conto è saper creare il setting perfetto per sfattonare, un altro è avere la mentalità per organizzare una festa. Ma Parker insiste. Possiamo davvero dirgli di no? Un po’ titubanti, ci avviamo.
Fin da subito, ci si rende conto che l’atmosfera è…strana. Si respira lo stesso imbarazzo della festa di compleanno del ragazzino più disagiato della classe – quello che non ti guardava negli occhi quando parlava e che ogni tanto sorrideva guardando fisso nel vuoto. Del resto, Parker stesso sembra piuttosto a disagio nel vestire i panni – per lui chiaramente atipici – della party person. Loser dipinge un quadro impietoso, una rivendicazione quasi ontologica della propria sfigataggine, tanto assoluta da non necessitare nemmeno di ragioni effettive per essere esplicitata. Concetto ulteriormente esplicitato in Not My World: non facciamo nessuna fatica ad immaginare Parker chiedersi “ma io che cazzo ci faccio qui?” mentre appoggiato al muro contempla stranito lo svolgimento della festa che egli stesso ha organizzato.
C’è da dire che anche dal disagio possono emergere intuizioni che attraverso inconsuete geometrie riescono, anche solo per qualche minuto, a mettere le cose a posto – per quanto possano esserlo in una serata come questa. La cassa sparata drittissima fin dai primi secondi di Ethereal Connection fa venire più di qualche dubbio sul poter trovare qui qualcosa di anche solo vagamente mentale, figuriamoci una connessione eterea; eppure è proprio in questo tanto lineare quanto incessante quattroquarti e nel suo inflessibile invito al dancefloor che uno sprazzo di magia si compie. Ci si dimentica del corpo, si trascende la divisione tra fisico e mentale per toccare quello stato di unione che le esperienze più elevate di clubbing auspicano. Un’esperienza che si ripresenta nella conclusione di End Of Summer, quando la seconda metà del brano decide di dare quell’accelerata che manca in quasi tutto il resto del disco. Un tentativo più o meno disperato di salvare la serata all’ultimo?
Usciti finalmente dalla festa, durata più di quanto fosse giusto, siamo spaesati. Non sappiamo esattamente a cosa abbiamo assistito. “Deadbeat” è un disco di disagiati che si ritrovano controvoglia ad organizzare una festa. Il perché di ciò rimane oscuro: forse una crisi di mezza età, forse un sincero ma sgangherato tentativo di raccontarsi in maniera diversa. Sicuramente sarà una serata di cui ci ricorderemo a lungo; e probabilmente non per i motivi giusti.




