Florence + The Machine – Everybody Scream
Recensione del disco “Everybody Scream” (Polydor Records/Universal Music Group, 2025) di Florence + The Machine. A cura di Chiara Crisci.
La carne, la morte e il diavolo come in ogni opera d’arte romantico-decadente che si rispetti, gotica e oscura al punto giusto, si mescolano e confondono nell’ultimo concept album dei Florence + The Machine, “Everybody Scream”. Il capolavoro dark è decisamente servito, se si aggiunge anche una femminilità fatale e sinistra, seducente e potente, crudele e spesso demoniaca e mortifera, di una donna che è un po’ lamia, un po’ vampira, un po’ strega ingannatrice e terrificante.
Florence Welch ha tutta l’aria di una creatura soprannaturale uscita da un dipinto dei preraffaelliti, una driade degli alberi dai lunghi capelli rossi o una ninfa delle acque o dei boschi, a metà strada tra una vulnerabile Ofelia col suo pallore e le vesti leggere e una volitiva e androgina Belle dame sans merci. Col suo carisma e la voce multiforme di sirena incantatrice spinge chi la ascolta a seguirla ed aderire alla religione di cui è sacerdotessa: la musica, nel suo più alto valore artistico ed estetico, diventa mania (deriva dal verbo mainomai, che nel greco antico indica l’“essere fuori di sé”), etimologicamente intesa, come slancio profetico e capacità di visione e previsione dell’artista in preda all’enthysiasmos, un invasamento divino, che gli permette di fare da tramite con il trascendente e schiudere verità arcane. Nel sesto disco della sua band, il più personale e intimo – a suo dire -, straziante e onesto, brutale, violentemente spudorato, dopo aver vinto la morte, attraversandola letteralmente, ci invita a gridare tutti e a prendere parte al suo rituale di guarigione e rinascita. Durante il Dance Fever Tour, nel 2022, infatti, Florence aveva cominciato a buttare giù insieme a Mark Bowen degli Idles, dei primi pezzi che poi confluiranno nel progetto di “Everybody Scream”, come forma di autoterapia per metabolizzare una esperienza traumatica di dolore fisico e lutto: quando una gravidanza ectopica e un aborto spontaneo l’hanno quasi uccisa, mentre continuava a esibirsi, malgrado l’inconsapevole emorragia interna, è stata sottoposta ad un intervento chirurgico d’urgenza che l’ha sospesa per un po’ tra la vita e la morte. Così il bisogno di risposte ad un evento inspiegabile, che l’ha coinvolta, l’ha condotta ad indagare il misticismo e l’occulto, la difficoltà di comprendere il femminile e la corporeità a interrogarsi su maternità, sessualità e la stretta equidistante prossimità del grembo della donna alla vita e alla morte.
L’artwork racchiude tutto questo: Florence è stata fotografata da Autumn de Wilde (anche regista del provocatorio video della title track che ha annunciato, a sorpresa, ad agosto, l’arrivo del disco), con una lente fisheye che produce effetti di distorsione prospettica; il corpo di donna, sfrontatamente vulnerabile, si staglia con la potenza di un urlo silenzioso e con tutta la tensione che anticipa la liberazione catartica dal dolore.
Un organo e un coro liturgico. Poi, un ritmo glam-rock martellante e urla di donne, come in preda alla coreomania e alla furia estatica, come Menadi in un rituale orgiastico dionisiaco o streghe in un sabba. Così si apre la narrazione horror folk di Everybody Scream. Il brano esplora la connessione viscerale dell’artista e performer con il palco e con il suo pubblico, che fa di ogni live dei Florence + The Machine un rituale di ribellione gentile e assertiva, di liberazione e catarsi collettiva, in cui Florence, all’apparenza timidamente delicata, realizza in pienezza e libertà la sua più intima essenza carismatica, si annulla e si spinge oltre ogni limite fisico ed emotivo. Il conflitto interiore tra la fame di autodeterminarsi, esibendosi, e l’autodistruzione che ne deriva la portano a riconsiderare il rapporto con la dimensione del corpo, per troppo tempo ignorata, fino a calcare il palco con le ossa rotte e a lasciarlo grondante di sangue. L’urlo, più volte evocato in questo disco, è qui un invito a invocare il suo nome e prendere parte a quel rito magico di purificazione comunitario (“Look at me run myself ragged / Blood on the stage / But how can I leave you when you’re screaming my name?”). Altro tema portante dell’opera, l’esplorazione dell’occulto, emerge nella chiusa dell’apripista con parole chiave che evocano i rimedi in cui l’artista ha cercato la sua guarigione: “The witchcraft, the medicine, the spells, and the injections / The harvest, the needle, protect me from evil / The magic and the misery, madness and the mystery”. All’inno di apertura, segue quella che nasce come uno stream of consciousness lirico sull’episodio che l’ha sospesa tra le braccia della morte, con One of the Greats. Dalla sua catabasi nell’oltretomba, l’eroina Florence porta con sé nuova musica da urlare a squarciagola (“I crawled up from under the earth / Broken nails and coughing dirt / Spitting out my songs so you could sing along, oh”), la migliore che possa comporre per prendersi il suo posto tra i primi cento dischi migliori di tutti i tempi, insieme solo ad altre dieci donne. Con sarcasmo, il pezzo diventa una critica feroce all’industria della musica in cui gli uomini possono anche scrivere roba noiosa (“It must be nice to be a man and make boring music just because you can”), mentre le donne fanno difficoltà ad affermarsi ad altissimo livello e sono chiamate a scendere a compromessi.
In Witch Dance, sorretta da una una linea di basso energica e da un inquietante coro femminile di sottofondo, ancora più vividamente, seppur con procedimento analogico per immagini di potente erotismo e abbandono alla Morte, è descritta la sua esperienza di pre-morte, dopo l’aborto, commentando il quale l’artista ha affermato: “La cosa più vicina alla morte che ho fatto è stata cercare di creare la vita, e non la si ottiene senza desiderio.” Si esprimono a pieno la sinistra voluttuosità della morte e anche l’idea della donna come essere, celeste o demoniaco che sia, più prossimo al dominio della natura e al segreto della vita e del suo termine, essendo il suo corpo, nel contempo, un tramite per la nascita, la morte, il piacere, il dolore. In preda allo slancio vitale, la danza delle streghe, la conduce a una pacificazione panica con la natura. In Sympathy Magic, brano più vicino alle ballate orchestrali a cui la band ci ha abituati, con introduzione pianistica e arpe che, nel mezzo, esplodono con fiati, percussioni e il cantato operistico di Florence, mima un rito magico di guarigione pagano. La guarigione di ferite che ancora fanno male corrisponde con l’immersione totale nella natura, con l’interconnessione cosmica tra tutte le cose. La sympatheia a cui allude il titolo è una partecipazione emotiva profonda alla sofferenza altrui, suggerendo che la cura e l’empatia possono essere strumenti di salvezza potentissimi. Perfume and Milk, con vive immagini sensoriali dello scorrere ciclico delle stagioni sul volto della terra, osserva in divenire il processo di guarigione dal dolore del corpo e dello spirito, fino ad una completa metamorfosi (“And I am changing, becoming something else / A creature of longing, tending only to myself”). Esplora ricordi corporei, depositati nella memoria muscolare, la maternità, la perdita con delicatezza struggente. Evidente è il tocco dell’onnipresente Aaron Dessner dei The National, che ha lavorato al disco.
Una mostruosa metamorfosi è centrale in Kraken: Florence descrive la sensazione di sentire il proprio corpo come una presenza estranea, una depersonalizzazione, fino a trasformarsi in un mostro marino, emerso dagli abissi, metafora della parte più oscura di sé. Il rock sinfonico di questo pezzo ci invita all’accettazione dei “mostri” interiori e, dopo averli guardati dritti negli occhi, a riconoscerli come fonte di forza e rivalsa, per il superamento di un trauma, per una resurrezione.
Eco pagane di rituali precristiani legati al ciclo della vita e della natura ricorrono anche in Old Religion, in cui le chitarre acustiche, i cori e il tappeto sonoro richiamano musiche rituali. Ancor più suggestiva, Drink Deep, con il suo crescendo orchestrale che innalza l’effetto catartico, ci trasporta in scenari degni del più antico folklore celtico, abitati da creature fatate nascoste tra i rovi, che inducono a bere fino alla feccia anche le lacrime, vivendo con intensità ogni momento, persino quelli dolorosi.
L’amore sembra un tema collaterale in questo album, seppur presente. In Buckle, viene tratteggiata con amarezza una relazione imperfetta come potrebbe essere una qualsiasi delle nostre, in cui ci facciamo male a vicenda, pur senza volerlo, una relazione in rovina messa alla prova duramente dagli eventi, dai traumi pregressi, dai modelli interiorizzati di attaccamento insicuro e/o evitante. Con “‘Cause I’m stupid and I’m damaged, and you’re a disaster” Florence coglie nel segno e spezza il cuore. In Music by Men, quella relazione imperfetta ci scorre davanti agli occhi come fotogrammi di un film in cui i protagonisti, due musicisti, tentano di rimettere insieme i frammenti del loro amore difficile con una fallimentare terapia di coppia. Con un sottofondo di scarne chitarre folk, tra gli appunti di nuove canzoni nascosti tra le pagine dei libri, i demo ascoltati in viaggio, la maglietta della band, il risentimento e le litigate per un compromesso, gli egoismi e le asperità di due personalità forti, l’artista ci consegna frammenti personalissimi della sua storia d’amore difficile, a cui non accenna a rinunciare. “I don’t wanna be afraid anymore / I don’t wanna run from love like I had before” confessa Florence, in una dichiarazione di intenti che prepara alla preghiera per ritrovare la quiete insieme e nella dimensione del palco, con un nuovo disco. Ed ecco ritornare l’ironia con cui la Welch denuncia la predominanza maschile nella scena discografica: “Listening to a song by The 1975 / I thought, ‘Fuck it, I might as well give music by men a try’”.
Ad avviarci alla chiusa, è una ballad possente in cui la vocalità multiforme della frontwoman esplode e sublima il lutto e la perdita, con un simbolico rito di inumazione del suo grido di dolore, accettando la vulnerabilità e la femminilità da cui nascerà nuova vita (“Dug a hole in the garden and buried a scream / And from it grew a bright red tree / Shining with jagged lеaves”). Il climax emotivo è raggiunto con una elevazione estatica e mistica che, sorvolando un’armonia di corde e tasti neri e bianchi, profetizza nuova quiete dopo desiderio, furia e il dolore più atroce. Con And Love si torna a respirare.
La maturità e la consapevolezza a cui la scrittura di Florence è arrivata, spingendosi verso uno stile immaginifico che tende al sublime, trasuda da ogni pezzo di “Everybody Scream” che riprende e annoda i fili dell’intera produzione della band, portando alle estreme conseguenze estetica e poetica visionarie, fin dall’oscurità acerba di “Lungs”, alla teatralità di “Ceremonials”, dalla potenza salvifica di “How Big, How Blue, How Beautiful” alla frenesia di “Dance Fever”.
Più volte, Florence Welch ha parlato della capacità divinatoria sugli eventi futuri che attribuisce alla musica: credo proprio che, quando ha immaginato i suoi dischi tra i migliori cento di tutti i tempi, abbia decisamente previsto eventi futuri.
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