Novembre – Word of Indigo

Recensione del disco “Word of Indigo” (Peaceville Records, 2025) dei Novembre. A cura di Luca Gori.

Dopo dieci anni silenziosi ma non oziosi, i romani Novembre propongono “Words of Indigo”. Si tratta del nono album in studio della band guidata saldamente da Carmelo Orlando, il quale ha dato una forma sicura alla sua creatura musicale attraverso un ritrovata stabilità della formazione che vede gli ingressi ormai definitivi di Alessio Erriu e Federico Albanese alle chitarre, nonché Yuri Croscenko alla batteria. Chi è avvezzo non solo alle produzioni dei Novembre, ma al mondo ormai di nicchia della nicchia del doom metal o anche solo delle sonorità più gotiche; ebbene chi è avvezzo a quel mondo sentirà aria di casa promanare dagli undici brani di cui l’album si compone, a cominciare dalla durata dei brani, quasi tutti sopra i sei minuti ovvero del tutto irricevibili dal mondo delle produzioni musicali contemporanee.

L’aria è quella delle grandi giornate di festa in cui si indossano gli abiti e si usano le battute migliori. E così sembrano fare Orlando e soci radunando le migliori fonti d’ispirazione e le migliori collaborazioni immaginabili. Al banchetto partecipano idealmente Amorphis e Katatonia si tutti, i primi presenti a dosi tutt’altro che omeopatiche nel brano di apertura Sun Magenta, nei riff magnetici, nella malia della linea vocale e nel testo che vede alternarsi senza soluzione di continuità l’italiano e l’inglese, il canto pulito e il growl. Una scelta che caratterizza anche la successiva Statua, nella quale l’influenza del progressivo italiano degli anni Settanta del Novecento è piuttosto evidente nell’uso dissonante, quasi folk, della voce pulita e nei cambi di tonalità e di sapore melodico. Tuttavia, a differenza di quanto avveniva in quegli anni, qui il peso e il risalto dato alla costruzione linguistica del testo è in costante subordine rispetto alla sezione musicale, una scelta che lo stesso Orlando ha rivendicato numerose volte in questi anni.

A seguire l’epica di Neptunian Hearts apre le fauci verso l’ascoltatore che troverà sicuramente al suo interno gli stilemi che caratterizzano da sempre la vena compositiva dei Novembre, tra cui la tipica alternanza con cesura piuttosto evidente tra velocità e tecniche ritmiche contrastanti. Di altra pasta invece la successiva House of Rain un anthem gotico che vede la presenza in della indimenticabile Ann-Mari Edvardsen voce dei 3rd and the mortal e che è capace di costruire un mix ben assortito tra melodia al limite del pop, profondità di suono e atmosfere avvolgenti. Sembrerebbe esprimersi dunque qui al proprio meglio il lavoro dietro i controlli mixer di Dan Swanö che firma in modo indelebile l’impasto sonoro di questo e di alcuni dei brani successivi, come Chiesa dell’alba nel quale si alternano tipiche cadenze doom e arpeggi sognanti in un continuo sonoro virtuosistico.

A segnare il confine tra una prima e una seconda parte dell’album vi è la soglia strumentale di Intevallo che apre la strada alle conclusive Ipernotte, Post Poetic e Onde, tutte accomunate da una scrittura attenta ai dettagli volti alla costruzione di una eleganza formale sorprendente. In questo modo la scrittura dei brani acquista in profondità continuando in lavoro iniziato con “URSA” destinato tuttavia a non concludersi con “Words of Indigo” che, al di là dell’ottima prova, rappresenta un momento liminare di passaggio tra le novità introdotte dalla metà degli anni Dieci e il recupero dell’ispirazione iniziale dei Novembre presenta nell’ultima fatica sonora.

Un disco riuscito, ma attraversato da una chiara tensione manieristica per il non-finito che lascia ben sperare riguardo ad una nuova prova non troppo lontana nel tempo. 

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