ROSALÍA – LUX

Recensione del disco “LUX” (Columbia Records, 2025) di ROSALÍA. A cura di Alessandro Valli.

Dimenticatevi del reggaeton sperimentale e delle tonnellate di autotune che pervadono “MOTOMAMI”. ROSALÍA torna ora con “LUX”, uno di quegli album talmente innovativi e unici da essere annunciato a brevissima distanza dall’uscita e in modo dannatamente efficace. Con una complessità sonora indubbiamente maggiore di “MOTOMAMI”, l’intento con questo nuovo album è di ridar vita alla musica classica attraverso un maestoso muro orchestrale che permea ogni canzone. Se la trasformazione del predecessore si è manifestata come metamorfosi erotica, in “LUX” vediamo una ROSALÍA spirituale e profeta di un misticismo femminile. 

La copertina è solenne e statuaria. Il rilievo chiaroscuro delle mani quasi scheletriche, infilate in quella che sembra una camicia di forza, cela delle tenebre logoranti. Con occhi chiusi, labbra dorate, velo da suora e uno sfondo celestiale, la luce che la bacia nel viso sereno eclissa le ombre e indica una fulgente rinascita. 

Sono ricorrenti in tutto il disco i simbolismi religiosi, crudi ed evocativi, da quelli più poetici a quelli presi testualmente dai libri sacri. Eppure questa musica va ben oltre la semplice religione, è un melodramma audacemente elaborato in quattro movimenti che vede ROSALÍA distaccarsi dalla purezza, entrare in armonia con il mondo, avvicinarsi a “Dio” e infine dare un dolce commiato.

Il barocco apripista sinfonico Berghain cita l’iconico club techno Berlinese, considerato quasi come un luogo ermetico e di adorazione nella cultura elettronica. In “LUX” diventa un punto d’incontro tra il divino e il profano, tra la fede e la carne, dove la musica si sviluppa in un vero e proprio rituale diviso in atti. Iniziando dalle note liriche di ROSALÍA per concludersi aspramente sulla voce distorta di Yves Tumor nell’empia affermazione “I’ll fuck you till you love me”. Il singolo rivoluzionario percorre I momenti di tensione, di rilascio e di trasformazione che si susseguono nella vita mondana.

L’espressione dell’opera è matura e unanime, frutto di perizie empiriche vissute dall’artista, che qui porta con sé il fardello del mondo.

Nelle apriche note di Reliquia la cantante rende omaggio ai luoghi in cui ha viaggiato contemplando le parti di lei che ha lasciato in ognuno di essi, ma omaggiandoli per averle regalato vita, esperienze, contatto con esseri umani e un’epifania sulla connessione intrinseca del creato. 

“Pero mi corazón nunca ha sido mío, yo siempre lo doy / Seré tu reliquia”

Ha imparato e adoperato ben 13 lingue per partorire un’opera universale che tocchi tutti coloro che condividono lo stesso cielo. In Porcelana è dove forse l’esercizio plurilinguistico è più lampante, dalle ripetizioni inglesi elettroniche al giapponese assertivo, dallo spagnolo al latino posseduto che culmina in un’apoteosi con la citazione biblica “Ego sum lux mundi”: “Io sono la luce del mondo”.

Sexo, Violencia y Llantas risveglia una forza primordiale in climax corali e dinamici impeti orchestrali o le scale arabiche di Mundo Nuevo, epiche e roboanti, trascinano con loro tutta la forza della terra.

Il dualismo di “LUX” risiede nella linea sottile tra la gravità terrestre e la rarefazione ariosa, nell’abbraccio della tradizione e nel brio della sperimentazione. La cantante catalana nasce come studiosa del flamenco e del canto lirico: le deflagranti percussioni fiamminghe de La Rumba Del Perdón e De Madrugá o la spettacolare emulazione di un’aria interamente in italiano Mio Cristo Piange Diamanti attestano tutta la ricerca e la conoscenza che stanno dietro a questo progetto. Ma è la composizione del tutto, accompagnata dal supporto della London Symphony Orchestra, che eleva e valorizza profondamente la tecnica della cantante al fine di creare musica sontuosa, irripetibile e mai sentita prima. Perfino canzoni dalla delicatezza vocale come la dolce ballata al piano Sauvignon Blanc, Memória dal fado soave o l’iperbolica rivelazione in Divinize finiscono per essere rinvigorite dalla monumentalità sonora.

Le canzoni hanno un’anima ancestrale e allegorica rinfrescata dall’intento solidale dell’autrice. In un intreccio perfetto tra elettronica minimale ed elementi flamenco la voce eterea di ROSALÍA si fa portatrice di dolore, forza e redenzione ed evoca La Yugular come fragile confine tra passione e sangue, tra vita e morte. Un’immagine viscerale che insegna all’ascoltatore addolorato ad esporsi vulnerabile al mondo perché è ciò che lo rende vivo. Tra cristallini sussurri in arabo e potenti grida in spagnolo, l’artista incarna la dualità della traccia e accompagna l’anima dell’uditore in una catartica trasfigurazione della sofferenza in luce.

Una visione utopica che trascende passato e presente e non si conforma a nessun codice religioso. “LUX” può essere considerato un sacrilegio che sfida le nozioni tradizionali del divino, ma non è altro che la verità di ROSALÍA e la testimonianza della sua fede spirituale, messa in pace su un intimo altare meditativo di candele nella flautata chiusura Magnolias, dove la voce della cantante si volatilizza leggera e redenta, concretando un disco che già si consolida come classico ed eterno.

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