Oslo Tapes – LÅST COMET
Recensione del disco “LÅST COMET” (Worst Bassist Records/Golden Robot Records/Grazil Records, 2025) degli Oslo Tapes. A cura di Chiara Cargnin.
Quando si mette play a “LÅST COMET”, l’ultimo lavoro della band Oslo Tapes, non si ha la sensazione di star ascoltando un album nella città dove si vive o su di un mezzo pubblico, di star procedendo con la vita monotona di tutti i giorni mentre ci si chiede se questa canzone ci piace o meno. Sin dalle prime note si viene completamente tagliati fuori dalla quotidianità e immersi una dimensione cosmica lontana anni luce, fatta da corpi celesti pulsanti al ritmo di synth granulosi e presenze esoteriche che si muovono appena fuori dalla nostra visione periferica come possiamo capire anche dalla traduzione del titolo in norvegese: “cometa bloccata”
La traccia d’apertura Inhuman Witch inizia con quello che sembra essere il suono di una macchina in fase di spegnimento, la distorsione metallica di un macchinario lanciato oltre l’atmosfera terrestre che ci invita a lasciare dietro di noi ogni concezione legata alla nostra realtà sospendendoci in una dimensione altra, in bilico. L’avventura di questo album prende realmente vita con le quattro note discendenti di un basso pesante e saturo che irrompe nel silenzio dell’abitacolo nel quale ci siamo ritrovati, dando il via ad un universo fatto di sussurri eterei ma anche di chitarre che scivolano su di una base fuzzy e ampia. I suoni sembrano disunirsi e rimescolarsi come in una lava lamp krautrock architettata con sapienza cinematografica. Il video musicale di Inhuman Witch condensa le sensazioni che l’intero album ha intenzione di farci percepire, la visuale si muove in una foresta in bianco e nero in un paesaggio glaciale ed eterno, un bambino ci osserva filtrato da una tonalità cremisi come se sapesse qualcosa che a noi sfugge, la voce che infesta la canzone ci avverte della sua natura sovraumana mentre del sangue cola languido dalle sue labbra.
Più di tutte queste immagini sono però le grafiche psichedeliche e oniriche a darci un assaggio del mondo di “LÅST COMET” e ad avvertirci su quello che potremmo incontrare se decidessimo di compiere questo passo. Le pulsazioni dei synth riverberano come battiti cardiaci di un triangolo che sembra un occhio che tutto osserva, una scala diventa un portale infinito per un’altra dimensione, la natura irrequieta presente in tutto il video si sgretola in dei corvi e dei fiori per poi fondersi in disegni psichedelici che incorniciano un teschio e le corna di un caprone. Il microcosmo creato da Campitelli è così dettagliato e ricco di sfumature musicali da dare la sensazione di essere davanti ad uno schermo sul quale sta prendendo vita una “space-opera” all’insegna dell’arcano con la nostra sensibilità e immaginazione alimentata dai paesaggi sonori come protagonisti.
In Analemma troviamo un punto di forza dell’album, ovvero l’unione fra la voce di Campitelli e quella di Emilie Lium Vordal, polistrumentista norvegese, che vanno a creare un unicum androgino dal gusto soprannaturale e che prosegue per tutta l’opera aleggiando come una creatura onnisciente. La creatività di “LÅST COMET” non si esaurisce però negli orizzonti classici del krautrock bensì, come dichiarato da Campitelli, è integrata dalle più disparate influenze musicali.In Pyramyd Shape i glitch e colori squisitamente “sci-fi” della scuola degli Tangerine Dream che aleggiano sull’intero album vengono uniti a ritmi tribali e a un canto che diventa quasi un salmo nella sua ripetizione. Il brano opera un punto di svolta nel panorama suggestivo dell’album aumentandone il ritmo e aggiungendovi un colore brillante e up-beat dando una prova della visione artistica degli Oslo Tapes.
Campitelli ha dichiarato in un’intervista per “Fifteen Questions” di non voler seguire i dettami della produzione musicale moderna con la sua perfezione e brama di musica levigata ma piuttosto di voler tornare alla produzione degli anni ‘70, quando l’approccio era più improvvisato e sperimentale e dove gli errori venivano visti come migliorie accidentali, come si può vedere dalle sporcature volute in In Deep. Con In Deep si prosegue sulle sonorità etniche ma abbassando l’atmosfera ad un tono più cupo con una forte tensione musicale grazie alle note discordanti e metalliche. La canzone è percorsa nella sua interezza da un graffiare fuligginoso, un rombo nebuloso che va quasi a coprire ogni altro suono dandoci la sensazione di un macchinario in surriscaldamento. La chitarra raggiunge picchi spasmodici e acuti mentre le percussioni frenetiche si alimentano come un fuoco al di sotto della base offrendo alla melodia ipnotica e dolce della voce un contrasto emotivo deciso; l’effetto ottenuto è quello di un brano in crescendo che trae vantaggio e sfrutta il suono grezzo nelle sue imperfezioni per aumentarne la singolarità e per raccontare un altro capitolo della storia dell’album. Si arriva alla fine di In Deep come se si avesse appena finito di correre, annaspando. In Deep si nutre di queste sonorità scheggiate e asfissianti per poi sfociare della quieta melanconia di Tribe Telepathy dove abbiamo dei colori musicali più armoniosi ma che lasciano un senso di nostalgia, come se fossimo sospesi in una vasca di deprivazione sensoriale di ricordi ormai passati.
La rotta musicale viene completamente cambiata con le influenze anni ‘80 di Transpace dove i synth la fanno da padrone creando un paesaggio sonoro vivace con una base quasi vaporwave ravvivata da giochi tecnici e da percussioni incalzanti. L’elemento della sonorità grezza e volutamente non rifinita qui aiuta l’effetto di un ricordo, qualcosa che riusciamo a percepire nella nostra intimità che non riusciamo ad afferrare ma che ci riscalda in qualche modo. I synth vivaci e la melodia incalzante ci chiedono di lasciarci andare totalmente a questo viaggio “transpace” prima di atterrare sulle disarmonie inquiete di Bizarră.
In Quasistar gli Oslo Tapes danno vita ad una traccia space ambient così ben costruita da poter rendere la visione di un viaggio nello spazio profondo quasi palpabile; la voce effimera di Emilie Lium Vordal fluttua su di una chitarra liquida in un paesaggio etereo fatto di nebulose ed echi vellutati. Dopo i ritmi frenetici e i picchi melodici delle canzoni precedenti ci viene offerta un’oasi atemporale ed onirica dove riposarci e meditare prima di continuare sulla nostra strada.
Il viaggio di “LÅST COMET” si conclude con una traccia dal gusto dolcemente nostalgico dove i toni elettronici non hanno più il sapore inquietantemente esoterico o onirico quanto piuttosto quello di un’avventura giunta al termine, un viaggio che giunge ora ad essere solo un ricordo alle nostre spalle lasciandoci come regalo una sensazione di vuoto ma anche di compiutezza. La voce di un bambino, distorta leggermente per dargli una tonalità quasi robotica, ci parla o forse è semplicemente anch’essa frutto di una memoria.
Nell’universo degli Oslo Tapes forse siamo rimasti intrappolati in un loop temporale, forse siamo caduti all’interno di un buco nero mentre seguivamo quasi in trance la voce di quell’entità che ci ha guidati in ogni traccia ed ora il nostro viaggio volge al termine; la voce infantile conclude il brano con un addio ma il titolo dell’ultima traccia, Lazarus Awaking, proprio come la sensazione d’attesa causata dal tono alto e inconclusivo delle ultime note, ci portano a chiederci se davvero il viaggio della cometa sia giunto al suo termine o se in realtà questo non sia soltanto l’inizio.
Dietro “LÅST COMET” si percepisce un enorme lavoro sia tecnico che empirico, Campitelli e il suo team hanno affilato ancora di più la loro percettività e disegno artistico anche grazie a collaboratori dal talento monumentale come James Aparicio (collaboratore dei Depeche Mode) e Håkon Gebhardt degli Motorpsycho tra i tanti nomi.
Post Simili

Oslo Tapes – ØR

“Pyramid Shape” (con un remix di Jeff Schroeder) è il nuovo singolo degli Oslo Tapes

Oslo Tapes – Oslo Tapes

