Celeste – Woman of Faces

Recensione del disco “Woman of Faces” (Polydor, 2025) di Celeste. A cura di Francesco De Salvin.

Dopo un esordio folgorante nel 2021, Celeste Epiphany Waite torna sulla scena con “Woman of Faces“, un album che segna la fine di un silenzio quasi forzato e l’inizio di una nuova fase artistica. Del resto, il successo del suo debutto (“Not Your Muse“) — tra la vetta delle classifiche e una nomination agli Oscar — aveva acceso aspettative altissime, poi bruscamente interrotte da pandemia e tensioni con la sua etichetta. Questo secondo lavoro non cerca di replicare quella magia: la reinventa, trasformando un quadriennio di fratture personali e musicali in un racconto più crudo, più maturo, più vero.

Il disco si apre con la title track, Woman of Faces, che non è solo il centro di gravità permanente dell’album, ma anche e soprattutto il suo manifesto emotivo. Celeste mette in scena un conflitto identitario con una grazia cinematografica che riecheggia la sua performance a Glastonbury cinque mesi or sono. Nel prosieguo, brani come Happening Again e Time Will Tell riportano in primo piano la vulnerabilità che l’ha resa unica: arrangiamenti essenziali, vocalità impeccabile, parole che sembrano sospese a mezz’aria sull’orlo di una ferita. People Always Change, quasi un seguito spirituale di Strange, richiama le sue radici più soul, con una chiusura che resta addosso come una stanza che continua a riecheggiare dopo un silenzio assordante.

A fungere da contraltare sonoro arriva Could Be Machine, vero e proprio momento di rottura: un’esplosione di rabbia calibrata, dove la cantante britannica abbraccia una dimensione più ruvida, divisa a metà tra tra rock e soul, senza perdere la sua innata eleganza. È la svolta che cambia la traiettoria del disco, spingendolo verso un territorio musicalmente più ampio e meno prevedibile. La produzione di Jeff Bhasker e Beach Noise accompagna questo percorso con tatto, lucidando gli spigoli senza consumarli, costruendo un paesaggio sonoro che resta intimo anche nei passaggi più radiofonici.

Il viaggio si conclude sulle note di This Is Who I Am, un brano quasi Bondiano che funziona come rivelazione finale: Celeste si libera delle molte “facce” che la storia recente le ha imposto, reclamando la propria identità con una serenità disarmante. Nove tracce sono sufficienti a comporre un arco narrativo compiuto, un percorso che dal disorientamento conduce alla chiarezza. “Woman of Faces“, dunque, è un album breve ma variegato, un ritorno non solo atteso ma necessario, che conferma quanto la fiamma silenziosa dell’artista nata a Culver City sappia ancora illuminare e – bruciare – con straordinaria intensità.

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