Ulan Bator – Dark Times
Recensione del disco “Dark Times” (AC Rec, 2025) degli Ulan Bator. A cura di Fabio-Marco Ferragatta.
Ho un ricordo molto personale legato agli Ulan Bator. Era il 2016 e organizzavo concerti in un piccolo circolo Arci qui, nel buco fetido in cui vivo, si doveva concludere la stagione (e sarebbe stata l’ultima, come nelle migliori storie tristi) e c’era solo un modo per farlo in grande: portare da noi Amaury Cambuzat. Ce l’abbiamo fatta e sentir suonare gli UB in pratica nel posto che più mi ha martoriato in vita mia, beh, è stato liberatorio. Era appena uscito “Abracadabra”, disco che ritengo ancora uno dei loro migliori. E non sono pochi, quelli che amo alla follia (uno su tutti “Ego:Echo”, quello con cui li ho scoperti, e grazie ancora signor Michael Gira, ché è grazie a lei se sono arrivato a loro).
Quasi dieci anni dopo mi ritrovo nelle orecchie “Dark Times”. È il ritorno degli Ulan Bator dopo un lungo periodo di assenza (“Stereolith” è del 2017). Cambuzat assieme a Mario Di Battista e Franck Lantignac ordiscono qualcosa che ha l’aspetto di un monolite d’ombra. “Viviamo in tempi bui”, questo dice la title track, mentre tutto si squaglia attorno. È il brano che apre l’album, è qualcosa di lento e strisciante, non una partenza bensì un chiodo attorno cui girare in tralice. L’oscurità non resta lì, si espande e le ombre gettano le loro braccia su ciò che arriverà di lì a posto.
L’impératrice e Solitaire sono sorelle di ritmo, incedono a passo fermo tra le tenebre, la voce di Cambuzat è in comunione tra chitarra, basso e batteria, saltano senza saltare, è il post-punk che non ha nulla di post-punk, non riprende, è generativo e cresce senza crescere, cammina di lato negli interstizi della realtà. Chitarre sfasciate danno il via a Inspire, il rumore a grana grossa pareggia il soffio vocale, un respiro umano in mezzo a una tempesta morbida. Into Nothing è un canto che si dispera in un sabba percussivo minimale tra suoni in elettrostasi. Quando salta l’elettricità dal terreno salgono le nebbie acustiche di En Enfer, toccano corde sepolte, muovono sentimenti, la chiameremmo ballad, io preferisco poesia sonora, un terreno cui appartengono anche gli otto minuti e mezzo della sognante Ravages, una luce che attraversa lo spazio circostante.
Arrivando a Me(a)too, alla chitarra paludosa e distesa, alla voce filtrata, al movimento da fine del mondo, ci rendiamo conto di quanto, grazie a una lama di oscure visioni, gli Ulan Bator siano stati in grado di tagliare il nulla e portare la luce. “Dark Times” è questo: nasce nel male e si fa portatore di chiarezza. Amara ma dirimente.
A volte vale la pena aspettare.
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