Little Barrie & Malcolm Catto – Electric War
Recensione del disco “Electric War” (Easy Eye Sound, 2025) di Little Barrie e Malcolm Catto. A cura di Giovanni Davoli.
Ad inizio secolo un revival psych rock prese piede nel mondo anglosassone. Ispirato agli anni ’60/’70 e portato avanti da band con chitarre belle gasate, giri blues e giubbotti di pelle. Una di queste, i Little Barrie, esordirono nel 2005. Nel 2016 ebbero un momento fortunato quando la loro canzone Why Don’t You Do It dal loro secondo album del 2007, comparve nella seconda stagione della popolarissima ed eccellente serie TV “Better Call Saul”. La band, dopo la morte del batterista Virgil Howe (figlio del chitarrista degli Yes) nel 2017, ha iniziato a lavorare con Catto alle pelli, già noto per il virtuosismo che dimostra con gli eclettici Heliocentrics. In questa nuova configurazione, Little Barrie si presentano con chitarre e suoni un pochino ripuliti. Immaginateli un pò meno carichi, con meno fuzz. Aggiungeteci un batterista versato nel jazz, non i pestatori abitualmente presenti in questo tipo di band.
“Electric War” è il secondo disco che esce con questa doppia firma, dopo “Quatermass Seven” del 2020. Il risultato è, una volta ogni tanto, qualcosa di veramente nuovo. Come dicevamo, i Little Barrie, Barrie Cardogan alla chitarra e Lewis Wharton al basso, sono dei rockettari fuori tempo. Gente che rifà il verso a cose degli anni ’60, i Cream e la psichedelia californiana. Malcolm Catto invece suona con i suoi Heliocentrics, anche loro dal 2005, una roba ancora più fuori tempo: un jazz/fusion/prog che, dal vivo ha una resa non eguagliata su disco. In questa formazione, i tre si esaltano a vicenda. Cardogan va oltre il “garage blues” che caratterizzava le prime uscite della band e la sua interazione con Catto, fa pensare a certo be-bop in cui la batteria dialoga con il solista. Una roba che rifacevano anche i Led Zeppelin. Alla fine, il denominatore comune è la psichedelia, termine in cui oggi possiamo a posteriori ricomprendere fette importanti del jazz e del rock degli ultimi 60-70 anni e delle loro contaminazioni.
La forma di questo disco è blues soprattutto, mentre il metodo è jazz ed anche lo swing. Ed il risultato è ipnotico. Proprio in questi giorni vedo quelli che ascoltano Spotify pubblicare sui loro feed la loro “età musicale”. Mi pare di capire che, secondo Spotify, se ascolti prevalentemente dischi del 1984, saresti nato musicalmente nel 1968 o giù di lì e hai 57 anni; se ne ascolti del 1994, ne hai 47 e via dicendo. Ossia, contano solo gli ascolti “adolescenziali”, chissà perché. La domanda che mi sporge spontanea dunque è: se ascolto “Electric War”, disco del 2025, ho 16 anni, oppure 73, visto che il loro sound assomiglia più a cose che andavano per la maggiore a fine anni ’60?
La storia della musica ha smesso di essere lineare, da quando tutti possono ascoltare tutto in ogni momento, pagando pochi euro al mese o anche “gratis”. Ma il valore di un disco o c’è o non c’è, a prescindere dalla data di uscita. Ed “Electric War” ne ha da vendere, anche soltanto per il fatto che, incredibilmente, pur attingendo al passato, riesce ancora ad inventare qualcosa di nuovo in un panorama così saturo da affaticare le orecchie anche del maggiore degli appassionati di musica.
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