Tom Smith – There Is Nothing In The Dark That Isn’t There In The Light

Recensione del disco “There Is Nothing In The Dark That Isn’t There In The Light” ([PIAS], 2025) di Tom Smith. A cura di Chiara Crisci.

L’album di debutto come solista di Tom Smith degli Editors è tutto ciò che probabilmente non vi sareste mai aspettati da un album di debutto come solista di Tom Smith degli Editors. Riflessivo, intimo, acustico. Lontanissimo dal sound gotico e drammatico post-punk degli Editors, plasmato accuratamente in oltre vent’anni di lavoro come musicista, frontman e voce della band britannica, There Is Nothing in the Dark That Isn’t There in the Light” di Smith è nudo ed essenziale. 

Tom Smith aveva già operato delle incursioni fuori dalla dimensione della band con il suo progetto parallelo, intrapreso nel 2011, con il duo Smith & Burrows, ma, questa volta, si spinge ben oltre. Sembra di vederlo e conoscerlo per la prima volta, come cantautore che ci offre un’istantanea inedita con vista privilegiata sul suo mondo interiore, per esplorare inquietudini, emotività e sentimenti più reconditi. Domina nelle dieci tracce di questo lavoro un’urgenza espressiva di spogliarsi delle vesti consuete per raccontarsi da un’altra prospettiva, attingendo con sincera onestà più nel profondo. 

La sua vocalità baritonale, solitamente inquietante e straniante, si fa calda e accogliente. Chitarra acustica e pianoforte la fanno da padroni, occasionalmente arricchiti, grazie anche alla collaborazione con il produttore Iain Archer, da arrangiamenti d’archi e sottili inserti di batteria. Il risultato è quasi folk.

Deep Dive apre ad un’immersione profonda nell’introspezione psicologica dell’artista alla ricerca oltre le paure superficiali. Si passa a How Many Times che si interroga malinconicamente sulla circolarità del tempo, sulla ripetizione degli errori o degli stati emotivi, nel corso della vita. Collegata allo stesso tema dello scorrere del tempo, Endings Are Breaking My Heart denuncia la difficoltà e il dolore di affrontare la fine delle cose, creando una tensione emotiva già al culmine, pur non avendo ancora raggiunto neanche la metà della tracklist. Life Is for Living vuole raggiungerci come un inno alla resilienza, all’accettazione e al vivere la vita alle proprie condizioni, senza lasciarsi paralizzare dalle aspettative esterne. In un tempo come il nostro tanto faticoso da questo punto di vista, molti sono gli artisti che ci propongono messaggi del genere, che forse, ormai arrivano già usurati alle nostre orecchie stanche e disincantate.

Uno dei brani più acustici e delicati, con un adorabile fingerpicking di apertura che ricorda lo stile del compianto Nick Drake, Broken Time torna ossessivamente sul tema del tempo frammentato o interrotto, che non ci appartiene e ci sfugge. Picchi di malinconia si toccano con Lights Of New York City, un vero e proprio cortometraggio meditabondo sulle speranze disattese e le disillusioni, in cui empatizziamo inevitabilmente con la solitudine e l’isolamento dell’artista che vaga per le strade illuminate della megalopoli di New York, immensa e indifferente. Anche Northern Line riflette sulla connessione e disconnessione dell’uomo dallo spazio urbano di una metropoli (questa volta Londra con la sua linea Northern della metropolitana). Verso la fine, pur comprendendo le intenzioni, decisamente stucchevole suona Souls, forse troppo intimista.

In chiusura, troviamo Leave che descrive il vuoto della separazione e della perdita e Saturday che lascia uno spiraglio aperto sulla speranza, a un senso di pace malinconica e di rinnovamento, concedendo una conclusione risolutiva e avvolgente. «È la fotografia fedele del modo in cui scrivo. Per arrivarci ci ho messo vent’anni» ha detto Tom di questo disco.

Ecco, “There Is Nothing in the Dark That Isn’t There in the Light” non è il disco che ci si sarebbe aspettati da Tom Smith, minimalista e crudo, senza stratificazioni e sovrastrutture, maturo e consapevole. Non saprei dire se avessimo bisogno o meno di questo spaccato sulle sue fragilità più intime e di questa sua spoliazione artistica dalle vesti del carismatico e algido frontman degli Editors.

Ciò che è certo è che lui avesse il bisogno fisiologico di mostrarci altro che non veniva fuori nelle dinamiche del gruppo e, contemporaneamente, di rimettersi in discussione, cercando un nuovo linguaggio, più aperto e diretto, e di rigenerare il fermento artistico oltre lo sforzo creativo collaborativo con la band.

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