David Byrne – Who Is the Sky?

Recensione del disco “Who Is the Sky?” (Matador, 2025) di David Byrne. A cura di Francesco De Salvin.

David Byrne è uno di quegli artisti che non ammettono zone grigie: o lo segui con entusiasmo, oppure ti irrita profondamente. Da una parte c’è chi ne ama la leggerezza colta, l’energia vitale, quella positività ostinata che sembra voler trovare senso e ritmo anche quando il mondo va in una direzione diametralmente opposta. Dall’altra chi vede nella sua musica una gioiosità forzata, un cosmopolitismo sonoro (sin troppo) disinvolto, o il tentativo – mai davvero abbandonato – di dimostrare qualcosa dopo la fine dei Talking Heads. Due fazioni inconciliabili, e probabilmente entrambe nel giusto.

Who Is the Sky?“, primo album di inediti dopo American Utopia” (del 2018), non fa nulla per smussare questi angoli. Anzi, Byrne rilancia: il disco è ancor più giocoso, infantile, volutamente naïf. Già, perché brani come Moisturizing Thing riescono a trasformare una crema antirughe in un pretesto narrativo surreale, mentre l’autore si diverte a cantare di trasformazioni impossibili e piccoli cortocircuiti quotidiani. È una poetica che oscilla continuamente tra il geniale e il surreale, tra l’illuminazione improvvisa e il sarcasmo: un equilibrio precario che David percorre con la consapevolezza di chi sa che dividere è parte del gioco.

Molte canzoni funzionano come micro-racconti: incontri spirituali falliti, visite museali, porte che parlano, appartamenti che diventano amici. Byrne osserva il mondo con uno sguardo curioso e disarmato, come se ogni dettaglio fosse degno di una canzone. A volte questa scelta colpisce nel segno (I’m an Outsider), altre sembra mancare di profondità (The Avant Garde), soprattutto su disco, dove l’assenza della dimensione visiva – da sempre centrale nel suo linguaggio – si fa sentire. Sul palco tutto prende corpo; in studio resta spesso un’idea brillante ma incompleta.

Dal punto di vista sonoro, l’album è un concentrato di davidbyrnismo allo stato puro: fiati generosi, ritmi aperti, incursioni latine, cori che invitano a cantare e muoversi. La produzione di Kid Harpoon, il supporto della Ghost Train Orchestra e la presenza di amici come St. Vincent Hayley Williams rendono il tutto luminoso e compatto, costruito su un ottimismo che non chiede permesso. A 73 anni David Byrne continua a camminare sul filo tra kitsch e raffinatezza, tra intellettualismo e immediatezza pop. Non convincerà mai tutti – e forse non lo vuole nemmeno. Ma in un presente piuttosto privo di veri e propri punti di riferimento, la sua scelta di credere ancora nella possibilità di essere felici resta un atto radicale. E profondamente divisivo. Ovviamente. 

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