L’apparenza (a volte) inganna: “First Impressions of Earth” degli Strokes vent’anni dopo

Non salvò il rock nel 2005, ma ristrutturando dal profondo i propri stilemi creativi attraverso esso, con questo disco gli Strokes hanno finito per assicurare la propria longevità, gettando fondamenta solide per il proprio futuro.

All’appassionato odierno, specie se nato dai tardi anni ’90 in poi, potrebbe sembrare paradossale, ma c’è stato un tempo in cui “First Impressions of Earth”, terzo album in studio degli Strokes uscito il 30 dicembre 2005, era considerato il lavoro peggiore di sempre del quintetto newyorkese, e, più in generale, un’opera mediocre e poco ispirata. Famigerata la recensione di Pitchfork che, assegnandogli una sufficienza risicata (5.9/10), ne disapprovò aspramente la perdita in immediatezza e spontaneità rispetto ai due album precedenti. In modo simile, Alexis Petridis del Guardian biasimò la band per essersi venduta l’anima al mainstream in un calcolato quanto imbarazzante tentativo di allargare la propria fanbase. Come nei casi di Rolling Stone e Stylus, infine, fioccarono accuse di editing scadente ed eccessiva lunghezza, aspetti negativi che sarebbero emersi soprattutto a causa di un supposto brusco calo di qualità nella seconda metà del disco. 

Per comprendere le motivazioni che spinsero la critica a demolire l’opera, è imprescindibile soffermarsi sul contesto nel quale prese forma. Nel 2005, il garage-rock/post-punk revival che gli Strokes avevano contribuito in modo decisivo ad alimentare a partire dall’inizio del nuovo millennio, era al suo zenith. Tuttavia, in modo preoccupante per la band newyorkese, molti dei loro epigoni, tra cui The Killers, Franz Ferdinand e Kings of Leon, stavano raggiungendo un successo commerciale superiore persino a quello dei loro padri putativi. Sebbene a paragone Casablancas e soci rimanessero sicuramente i favoriti della critica, i numeri non mentivano: mentre gli altri si stavano sempre più avvicinando a riempire gli stadi, gli Strokes, sebbene band di culto, rimanevano comunque una realtà relativamente di nicchia. Da qui il tentativo di rinnovare pesantemente il proprio sound, abbandonando il suono grezzo e lineare delle origini e facendosi traghettare dal nuovo produttore David Kahne – in sostituzione del precedente Gordon Raphael – verso lidi più patinati, virtuosi, e  radiofonici, al fine di conquistare quella grandezza commisurata alla loro ambizione. 

Rispetto a questa preoccupazione percepita come eminentemente commerciale, le critiche furono così feroci e i risultati in termini di vendite percepiti così deludenti se paragonati alle aspettative createsi intorno ai supposti salvatori del rock – immaginate un hype dieci volte superiore a quello che circonda oggi i Geese –  che poco ci mancò che il gruppo si sciogliesse. Quasi come per mettere sotto il tappeto un brutto incidente di percorso, subito dopo il tour per promuovere l’album i vari membri della band cominciarono a dedicarsi alacremente alle proprie carriere soliste, e ben sei anni trascorsero prima che ritornassero tutti insieme in studio per registrare il successivo “Angles” – che peraltro non godette certo di un’accoglienza significativamente migliore, ma questa è un’altra storia.

A vent’anni di distanza è giusto però rivalutare l’album sulla base dei suoi meriti piuttosto che rispetto alle aspettative più o meno legittime che critica e pubblico si erano fatti su di esso all’epoca. Sì, “First Impressions of Earth” fu evidentemente un’uscita fuori dal seminato rispetto all’incisività e linearità di “Is This It” e “Room On Fire”. Ma diverso non significa in questo caso “peggiore”. Prendiamo ad esempio la critica alla sua lunghezza. Il disco consta di 14 tracce per una durata che si avvicina all’ora. Riascoltandolo con attenzione per la sua interezza, tuttavia, non si può tacciare un album che presenta una tale varietà nella sua palette sonora, la quale spazia agilmente tra rock, post-punk, new wave, e persino accenti metal (in brani come Heart in a Cage e Vision of Division) di esser stato un banale tentativo di allungare il brodo da parte di una band che non aveva granché da dire. Al contrario: rarissime eccezioni a parte – come la dimenticabile Killing Lies – siamo in presenza di un esempio fulgido di “all hits, no skips”. 

Stessa riconsiderazione meritano le accuse di virtuosismo fine a sé stesso. Razorblade, ad esempio, è una vera e propria masterclass nell’interazione tra chitarre, con Hammond Jr. e Valensi che, in quello che sarebbe diventato un marchio di fabbrica degli Strokes, danno vita a un intreccio sofisticato che dona spessore a uno dei brani più cinici ma allo stesso tempo più melodici dell’intera carriera della band. Similmente, i complessi movimenti sulla scala di Mi maggiore in Ize of the World al fine di colpire vari toni dell’accordo, sono funzionali a creare quel senso di tensione crescente che culmina nel celebre assolo sul finire del brano che si interrompe bruscamente a metà, simboleggiando la fine improvvisa del mondo. 

E che dire dei testi? Se all’epoca dell’uscita del disco la critica si accanì su quelli che erano percepiti come toni dimessi, inutilmente volgari e grottescamente cupi impiegati da Casablancas, un ascolto attento rivela una scrittura tanto oscura quanto profonda, la quale tratta senza filtri temi come l’isolamento, la critica al consumismo e l’angoscia esistenziale che oggi sono percepiti come particolarmente vicini da parte della generazione zillennial. Si pensi ad esempio all’intensità cruda di Heart in a Cage, dove il cantante urla in modo lancinante «I don’t feel better!», alla violenta protesta di On the Other Side – «I hate them all / I hate myself for hating them» – che cattura l’esaurimento della band nei confronti della macchina dell’industry musicale, o ancora, alla candida quanto efficace sincerità della dichiarazione d’amore in Evening Sun: «I love you more than being seventeen».

L’influenza culturale e musicale dell’album sono lì a testimoniare come “First Impressions of Earth” sia riuscito a trascendere gli angusti anfratti in cui la critica lo aveva inizialmente relegato. Da un lato, anche grazie ai social come Tik Tok e YouTube, alcuni dei brani dell’album hanno conosciuto una seconda giovinezza e visto moltiplicare i propri ascolti e, parallelamente, la propria popolarità. È il caso di Ize of the World, spesso usata come colonna sonora di trend virali per il suo allineamento con l’ansia apocalittica moderna, o di You Only Live Once, reinterpretata retrospettivamente come anticipazione del trend “YOLO” lanciato da Drake nel 2011, e frequentemente impiegata come accompagnamento sonoro per trend di lifestyle e montaggi di viaggio. Dall’altro, l’album ha avuto un chiaro impatto sulla produzione successiva di diversi artisti, a partire dagli Arctic Monkeys. Alex Turner non ha mai nascosto la sua adorazione per gli Strokes, e se il debutto della sua band rispecchiava l’energia di “Is This It”, i successivi “Humbug” e “AM” fecero propri gli arrangiamenti più pesanti, oscuri e intricati di “First Impressions”. Ancora più evidente è poi il debito dei Symposium, che tra omaggi e presunti “furti” creativi, hanno finito per costruire un’intera carriera sulle strutture melodiche del disco. 

In ultima analisi, si può affermare che “First Impressions of Earth” fu vittima del contesto in cui vide luce. Rilasciato al culmine della corsa agli armamenti dell’indie rock, non fu giudicato per i suoi meriti o demeriti oggettivi, ma come manovra strategica in una guerra per il dominio commerciale. In quest’ottica, i critici si aspettavano un altro “Is This It”. Invece, gli Strokes diedero loro un’opera tentacolare, difficile, cupa e apocalittica. In questo senso, il disco non salvò il rock nel 2005. Ma ristrutturando dal profondo i propri stilemi creativi attraverso esso, gli Strokes hanno finito per assicurare la propria longevità, gettando fondamenta solide cui, dopo le sperimentazioni di “Angles” e “Comedown Machine”, sono tornati nel 2020 con “The New Abnormal”, un disco che condivide più DNA con “First Impressions” di qualsiasi altro nel loro catalogo e che, non a caso, ha cementato il loro status di band di culto intergenerazionale.

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