Megadeth – Megadeth

Recensione del disco “Megadeth” (BLKIIBLK, 2026) dei Megadeth. A cura di Imma I.

In questo caso i complimenti sono dovuti e meritati, il titolo autocelebrativo che arriva dopo oltre quarant’anni di carriera in questo caso è un’affermazione di intenti, è la sintesi perfetta di tutto il lavoro effettuato negli anni: niente di più e niente di meno che una vera e propria firma su tutto quello fatto fino ad oggi e l’album “Megadeth” merita davvero molto rispetto. Le dieci tracce più una bonus track non perdono un colpo, i dialoghi tra voce, chitarre e batterie sembrano sinfonie esibite a un altissimo livello. I Megadeth non ci fanno rimpiangere il tempo passato, non ci pensano proprio a lasciare il testimone e continuano a mordere come se il fuoco sacro non dovesse mai spegnersi.

Tra fughe, riff, distorsioni, picking rigorosi, transizioni misurate verso un groove veramente pesante l’album appassiona e poi conquista, l’esecuzione dei brani è eccellente, i virtuosismi sono sofisticati, la diteggiatura di Teemu Mantysaari sui tasti della chitarra è un qualcosa che trascende l’ordinario. The Last Note ricorda Dread and the Fugitive con una bellissima e per niente scontata chitarra ritmica, I Don’t Care è un dialogo a più canali tra chitarra e voce, Dave Mustaine mantiene tutta la sua passionale grinta, Hey, God?! è molto bella, non potevano mancare neanche in questo caso i testi impegnati. Let There Be Shred ha una batteria sostenuta e martellante con ottima uscita; Puppet Parade è bella sweeppata, con pennate potenti verso il basso; Another Bad Day è più leggera con il suo ritornello catchy. 

Made to Kill è il brano che più richiama per il mosh song, per l’impeto a buttarsi nella mischia, Obey the Call ha un’ottima intro melodica per poi risollevarsi con un tempo in levare. La bonus-track ci lascia senza fiato per i ritmi sostenuti che tutta la band riesce a portare avanti, l’assolo potente, le batterie di Dirk Verbeuren che picchiano, i tasti che fumano la rendono davvero celebre. Se qualcuno pensava di poter restare deluso non è questo il caso, se qualcuno pensava all’età che avanza, qui ce ne vuole per abbattere la band, se qualcuno aveva nostalgia per i virtuosismi ha trovato pane per i suoi denti. Un album sublime che sublima e che si attesta già come uno dei migliori del 2026.

Post Simili