“Contro un’onda del mare” di Max Gazzè, 30 anni dopo: un disco alieno che ha cambiato le regole del pop d’autore
In questo disco non c’erano ancora i tormentoni da classifica, ma c’era tutta l’architettura di un genio musicale che avrebbe cambiato le regole del pop d’autore. Se Gazzè è diventato il volto popolare che conosciamo oggi, lo deve alla solidità di queste fondamenta.

Guardando indietro al 1996, l’anno in cui Max Gazzè pubblicò il suo album d’esordio, “Contro un’onda del mare“, ci si rende conto di quanto quel disco fosse un oggetto alieno nel panorama della musica italiana di fine millennio. Oggi, celebrandone il trentennale, quell’opera non ha perso un briciolo della sua freschezza fuori dal tempo, confermandosi come il Big Bang di uno degli artisti più originali della nostra scena.
Ciò che colpì immediatamente trent’anni fa, e che oggi appare ancora più cristallino, è la centralità del basso elettrico. Gazzè non è un cantautore che accompagna i suoi testi con la chitarra acustica, è un musicista europeo, formatosi tra Belgio e Francia, che usa le quattro corde come una seconda voce, agile e profonda. È, in altri termini, un bassista prestato alla canzone. In brani come Quel che fa paura o Il bagliore dato a questo sole, il basso non si limita a segnare il tempo, ma tesse trame armoniche che dialogano costantemente con la melodia vocale. È un pop colto, intriso di funk, accenni jazz e una psichedelia garbata che all’epoca spiazzò il pubblico abituato alle strutture più lineari del pop tradizionale.
Dal punto di vista lirico, il disco segna l’inizio della fruttuosa collaborazione con il fratello Francesco Gazzè; insieme, i due, hanno dato vita a un linguaggio unico, a una sorta di surrealismo quotidiano dove il microscopico diventa universale. Sul filo è un brano che ancora oggi incanta per la sua capacità di evocare immagini acquatiche, metafora di un fluire esistenziale mai banale. Sirio è sparita, invece, è un esercizio di stile e fantasia che dimostra come si possa scrivere di assenze senza cadere nel patetico. Il titolo stesso del disco, “Contro un’onda del mare”, suggerisce una resistenza dolce ma ostinata: quella di un artista che decide di non seguire la corrente delle mode per costruire un proprio ecosistema sonoro.
Trent’anni dopo la sua nascita, questo album rimane un fortissimo contributo a quella che è la cosiddetta Scuola Romana (la mitica combo di artisti romani, per l’appunto, che ha fatto sì che la Capitale diventasse importante anche sul fronte musicale; fra i vari che la compongono, oltre lo stesso Gazzè, Fabi e Silvestri), ma con una sfumatura diversa, più europea e sperimentale. Se Gazzè è diventato il volto popolare che conosciamo oggi, lo deve alla solidità di queste fondamenta.
In questo disco non c’erano ancora i tormentoni da classifica, ma c’era tutta l’architettura di un genio musicale che avrebbe cambiato le regole del pop d’autore. Riascoltare oggi “Contro un’onda del mare” significa immergersi in un’atmosfera sospesa, dove la tecnica strumentale non oscura mai l’emozione, ma la eleva. È la prova che la buona musica non invecchia: cambia semplicemente luce a seconda dell’epoca in cui la si guarda.

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