Joyce Manor – I Used to Go to this Bar
Recensione del disco “I Used to Go to This Bar” (Epitaph, 2026) dei Joyce Manor. A cura di Andrea Vecchio.
I Joyce Manor, a.k.a. il gruppo con la fanbase fuori tempo massimo più folta della scena, arrivano al settimo album. Sono passati quattro lunghi anni dopo la pubblicazione di quel “40 oz. to Fresno” che portò la Epitaph a confermare la sua svolta emo rock e, di conseguenza, ad essere ancor più allontanata dalle simpatie dei kids più radicali. Anche perché questo “I Used to Go to this Bar” viene prodotto nientemeno che da Mr. Brett in persona.
I Joyce Manor sono sempre stati atipici, nelle loro produzioni. Hanno sempre seguito le ondate musicali che andavano per la maggiore e, sottovento, si sono intrufolati nelle playlist di un numero sempre maggiore di fans. Suonando un emo pop di stampo puramente british ma atteggiandosi da punk; seguendo in tour band puramente hardcore e, torniamo a ribadirlo, incidendo per Epitaph. Questa loro particolarità, però, non sempre ha rappresentato un pregio, e questo nuovo disco lo dimostra.
“I Used to Go to this Bar”, infatti, è troppo, forzatamente, british. Va bene strizzare l’occhio agli Smiths, ma in brani come All my Friends Are so Depressed la trama risulta addirittura semplicistica, nonostante un suono punk pieno e deciso. In I Used to Go to this Bar la situazione si ripete: la voce, troppo suadente e cadenzata, non riesce a colmare il vuoto lasciato da un miscuglio di pop e rock che non ha né capo né coda, portando l’ascoltatore ad annoiarsi, anziché partecipare. Episodi come Falling into It, invece, ci mostrano come dovrebbe essere riportato questo pop di marca anglosassone, con le sue svolte ripetitive e perspicaci che dettano legge anche in Well, Whatever it Was, una canzone che fa centro proprio perché è minimale, da cameretta, giusta.
Nonostante siano evidenti le influenze di Weezer e Simple Plan, la totalità del suono passa sempre tramite Morrissey e le sue paturnie, musicali e non. Succede in After all You Put Me Through, succede nella finale Grey Guitar, che non sfrutta appieno la bella idea del ritornello. È tutto troppo pomposo, troppo rarefatto. “Bee will sting, bird will nest, never guess what happens next”, va bene, ma una copertina così cool non può essere il biglietto da visita per un disco che non lascia emozioni.
Nonostante scrivano dischi per risultare piacevoli, i Joyce Manor rimarranno sempre uno di quei gruppi che non riuscirò mai a capire sino in fondo. Non mi capacito poi di questa incondizionata adorazione nei loro confronti da parte di chi segue assiduamente punk e screamo. Ascoltatevi questi due dischi, piuttosto: “Hoop Dreams” dei Big Kids e “Social Life” dei Koufax.
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