Kula Shaker – Wormslayer

Recensione del disco “Wormslayer” (Strange Folk Records, 2026) dei Kula Shaker. A cura di Simone Grazzi.

La cosa più difficile di questa recensione sarà non menzionare il grado di parentela tra il cantante, chitarrista e fondatore della band, Crispin Mills e l’attrice Hayley Mills. Lo fanno tutti. Sempre. Non posso caderci anche io. Comunque si, per chi non lo sapesse (quei pochi ormai), sono rispettivamente figlio e madre. E per di più, io i film Disney di cui Hayley Mills è stata attrice protagonista, da piccolo li ho visti tutti. Come non citare, tra i vari, “Il Cowboy con il velo da sposa” e soprattutto “FBI Operazione gatto”? In merito a quest’ultima mitologica pellicola mi son sempre chiesto che fine abbia fatto Tom Howell, l’attore che impersonava il personaggio di Canoa? Mi faceva troppo ridere. Sì, successivamente credo di aver affinato (e raffinato) i miei gusti cinematografici, ma tant’è. Ero piccolo picciò. Ci stava. Questo è, se vi pare. Tutta questa storia trita e ritrita deve rimanere nella mia testa ovviamente. Non ne devo fare menzione in nessun modo nella recensione. Dai. Sì. Posso farcela. Parlare del disco. Impressioni, Critiche. Sensazione. Null’altro!

Wormslayer”, ottavo disco della band capitanata da Crispin Mills (…figlio d’arte, di cui però ignoro i natali), ha impiegato un po’ per entrarmi in testa, lo ammetto. La storia dei Kula Shaker ci racconta di un esordio prorompente. Vette delle classifiche scalate in tempi brevissimi, complimenti da parte di musicisti del calibro di Nick Mason dei Pink Floyd (band che anche in questo disco hanno continuato a saccheggiare a piene manciate!) a infiocchettarne il meritato successo e tour mondiali arricchiti da sold out in ogni dove. Ma la narrazione del loro percorso artistico ci dice anche che successivamente le cose non sono filate in maniera proprio lineare. Le battute di arresto ci sono state, ma poteva anche esser peggio. Oltre a piovere sarebbe potuta mancare la reunion che nel 2005 li ha riportati assieme.

Come dicevo in precedenza, questo nuovo disco non mi ha del tutto convinto. Almeno non da subito. L’inizio non è di quelli memorabili, colorato forse, sgargiante, ma senza dubbio non di quelli che ti fanno sobbalzare neanche un po’. Lucky Number, Good Money e Charge of The Light Brigade, le tre tracce con cui si apre “Wormslayer”, non lasciano il segno. In me non lo hanno lasciato. Rock a tinte classiche e rimandi neanche troppo velati ai suoni degli esordi che però non riescono a far decollare il velivolo, neanche se a spingerlo viene invitato a scendere in blocco tutto l’equipaggio, passeggeri compresi. Poi però arriva Little Darling e una piccola smorfia, vagamente accennata, di leggera, ma visibile approvazione inizia ad apparire sul mio viso.

C’è voluto un po’, ma forse qualcosa da salvare in questo disco c’è. Arrivati a Broke as Folk la storia cambia, muta, assume altro senso. Sopraggiunge il liquido lisergico, i ritmi si dilatano e la band che ricevette i complimenti dal batterista del più grande gruppo di rock di sempre (si, il più grande di tutti! E nessuno se ne esca come al solito con “…E i Led Zeppelin? I Weather Report? Cazzo e allora i Beatles???”) riprende a saccheggiare a piene mani la musica degli anni sessanta e settanta. Doors, Kinks, Traffic e chi più ne riconosce si faccia pure avanti. I Kula Shaker sono questo e ogni volta che provano o hanno provato a esser qualcosa di diverso, il meccanismo si è sempre inceppato. La brutta notizia è che non riusciranno mai ad evolversi da questo, la buona è che per fortuna non ne hanno bisogno. Chi li ama, li adora proprio per questo.

Arrivati a Be Merciful l’asticella sale ancora e si ha l’impressione che il disco stia iniziando a mostrare la sua vera essenza. E se i fatti stanno così, allora te lo dico, mi stai iniziando a piacere sul serio. Le cose continuano a procedere nel migliore dei modi anche con la successiva Shaunie. Ritmi da swinging london in giornata piovosa dedita a shopping compulsivo tra Carnaby Street, Camdem Town e un intervallo in Regent’s Park a far riposare le bag colorate. In un istante arriviamo a The Winged Boy. Traccia numero otto. Adesso è tutto chiaro. Allora ditelo che c’avete voluto confondere le idee e che quelle prime canzoni erano solo uno scherzo. C’è voluto un po’, ma è a questo punto che il dominio astronomico prende la via dell’iperspazio. Eccoli qua i delay floydiani, le ripetizioni ipnotiche masoniane e la gigantesca silhouette di Roger Waters che si eleva su uno sfondo fatto di bassorilievi pompeiani e fumosi paesaggi vulcanici. “Echoes” ringrazia per il notevole e neanche troppo velato omaggio.

Dopo l’intermezzo acustico di Day For Night, piacevole, ma forse un po’ debole, il mezzo di trasporto su dove ormai ci troviamo a nostro agio vira ad asintoto verso le Indie orientali. I 7 minuti di rock robusto e ascetico della title track Wormslayer ci scaraventano verso il finale. L’ultimo joint ce lo siamo lasciato per la traccia conclusiva, The Dust Beneath Our Feet.

Titoli di coda quasi in arrivo, non prima però di un ultimo ballo, mezzi nudi, in riva al mare, illuminati dai bagliori di un falò di fine agosto.

Post Simili