Marta Del Grandi – Dream Life
Recensione del disco “Dream Life” (Fire Records, 2026) di Marta Del Grandi. A cura di Antonio Boldri.
A poco più di 2 anni dagli intrecci di “Selva”, Marta Del Grandi firma un altro disco, il terzo della sua giovane e già lucente carriera. “Dream Life”, uscito per Fire Records, sfrutta la scia del predecessore e ne trae l’abbrivio, presentandosi quasi ne fosse un fade out, ma affrancandosi poco a poco, per mutare in una nuova e personale forma.
A dispetto di una iniziale scanzonatezza sonora, “Dream Life” è, fin dai primi versi, intriso di figure retoriche, astrazioni, interrogativi, senza mai scivolare nella banalità. Spazia tra dilemmi sociali contemporanei ed esperienze vissute, dubbi e rimorsi, e lo fa attraverso testi decisamente di ottima fattura, che sembrano usciti, e forse lo sono, da una grande penna. La lirica della Del Grandi in effetti non manca di qualità. I versi si muovono sulla linea mnemonica del tempo, giocano con contorni sfumati e onirici, con rimandi e allusioni, allucinazioni, critiche ed evocazioni. Dall’adolescenza al futuro, dalla sfera intima ad una più universale, una pletora di dubbi e introversioni vengono a galla. Molte domande, poche risposte.
Il sound, come detto, riprende le fattezze di “Selva”, non mancando di spunti jazz, propri della formazione della musicista italiana (che in questo disco abbandona l’italico idioma per affidare ogni suo pensiero all’inglese), che compongono la spina dorsale di molti pezzi, raffinandone i contorni e il tessuto, dando loro allo stesso tempo solidità e leggerezza. In questi contorni brillano di luce propria Antarctica e Alpha Centauri.
Se le prime tracce risultano limpide, delicate e vagamente distorte, solo apparentemente leggere, da circa metà disco in poi le sonorità deviano verso punti più oscuri e meno facili, per un orecchio ancora impastato delle melodie simil “Selva”. La rottura definitiva è affidata a Neon Lights, che esplicita i prodromi di 20 days of summer e la sensazione latente di cambio di direzione, e abbraccia una svolta meno pop e meno eterea dei “quadretti a olio”.
Una tensione che prosegue fino a Oh My Father, un cioccolatino finale che sintetizza la vecchia e la nuova Marta Del Grandi, proiettandoci verso un orizzonte ancora inesplorato.
Concludendo, “Dream Life“, pur senza pezzi di pregio assoluto, anche se privo della hit, conferma la capacità compositiva della Del Grandi, che dimostra di essere dotata di stile e poetica, talenti non comuni e che non possiamo che sperare che sboccino in altre e diverse dimensioni.
Insomma, Sembra proprio che sia incapace di scrivere brutta musica. Buon per lei.
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