Quando Peter Gabriel se ne andò dai Genesis: “A Trick of the Tail” compie 50 anni
Meno conosciuto dei precedenti, “A Trick of the Tail” è in realtà un album che riusciva, in quel particolare momento, a dimostrare la maturità raggiunta dal gruppo a dispetto della inaspettata defezione di Gabriel.

Nella storia musicale è capitato molto spesso che band di fama internazionale abbiano subito dei cambi di line up che hanno visto uscire dall’ensemble membri fondamentali, che il pubblico identificava come totalmente caratterizzanti il gruppo.
Mentre in alcuni casi il cambio portava a svolte stilistiche (vedasi l’uscita di Ozzy Osbourne, nel 1977, dai Black Sabbath) nel caso dei Genesis l’uscita di Peter Gabriel, cantante e frontman, e la sostituzione con un membro interno alla band, in questo caso Phil Collins, riuscì a mantenere lo stile che ormai era proprio.
All’inizio, i Genesis tentarono la strada della sostituzione esterna ma, a dispetto delle numerose prove di potenziali candidati (circa 400!), non riuscirono a trovare nessuno che riuscisse a sopperire in modo valido all’assenza di Peter Gabriel. A quel punto Phil Collins si propose per il ruolo.
In effetti, oltre ad avere un timbro vocale simile a quello di Gabriel e aver cantato già in due brani come voce principale (For Absent Friends in “Nursery Crime” e More Fool Me in “Selling England by the Pound“), la voce nelle demo del nuovo album era la sua, essendosi Peter Gabriel già allontanato. Malgrado l’iniziale contrarietà degli altri membri del gruppo Collins riuscì a convincerli, alla fine interpretando in effetti molto bene i brani del nuovo “A Trick of the Tail”.
Nonostante il pessimismo dell’industria musicale, convinta che l’addio di Peter Gabriel e l’eredità dell’ambizioso “The Lamb Lies Down on Broadway” avrebbero decretato la fine dei Genesis, l’album si rivelò un trionfo.
Per smentire gli scettici, la band scelse di rischiare in proprio, autofinanziando la produzione e accumulando un debito record di 400.000 sterline (una somma vertiginosa per il 1975) e la scommessa fu vinta: il disco non solo soddisfò i fan, ma raggiunse vette di vendita vicine ai primati storici del gruppo.
Era fra l’altro la prima volta nella quale sotto i titoli dei brani non apparve più la scritta Genesis, ma i nomi dei compositori e grazie a questo il pubblico potè comprendere quanto Tony Banks fosse fondamentale per la band, dal momento che non solo era coinvolto nella stesura di tutte le tracce, ma ne aveva scritte interamente ben due: Mad Man Moon e la title track.
Nel complesso “A Trick of the Tail” si ricollega, più che a “The Lamb Lies Down on Broadway”, a “Selling England By the Pound”, sia per le atmosfere barocche proposte, che per le tematiche dei testi, che tornano a raccontare quelle storie fantasiose e fiabesche divenute, almeno fino al quinto disco, una delle caratteristiche del gruppo.

Un’analisi tecnica dei singoli pezzi può essere utile a dimostrare la maturità artistica raggiunta, in quel particolare momento storico, dai Genesis.
Dancing on a Vulcano viene introdotta da un particolare arpeggio di Michael Rutherford eseguito sulla dodici corde, ricavato su battute di durata diversa che poi sfociano in quel tempo in 7/8 che percorre tutto il resto del brano. Questa particolarità metrica insieme all’uso del Moog Taurus per i bassi conferisce al pezzo una grandiosità spettacolare.
Entangled, è una ballad suonata esclusivamente da chitarre acustiche ai quali si affiancano mellotron e synth, fornendo all’ascoltatore sensazioni particolari grazie anche alle sovraincisioni della voce. Notevole il risultato complessivo ottenuto, dovuto anche al contrasto fra la prima parte e la seconda, dominata dalla performance di Banks che prosegue fino alla chiusura del brano.
Armonicamente particolare Squonk che risente dell’utilizzazione della particolare acustica stone-walled dei Trident Studios, voluta da Phil Collins, da tempo ossessionato dalle sonorità di batteria di When the Levee Breaks dei Led Zeppelin e che così ottenne il voluto “gated reverb”. Mad Man Moon, composto interamente da Tony Banks, dopo l’ampia apertura del pianoforte seguito quasi all’unisono dal mellotron con il suono di flauto, procede con una liricità degna di nota basata su una tecnica compositiva notevole. È il pezzo che fa comprendere come il ruolo di Banks non fosse affatto, come spesso era apparso, un ruolo gregario.
Ritmato e allegro, dopo i precedenti brani tutto sommato pacati, Robbery, Assault & Battery, con sonorità di synth e cadenze del pezzo in alcuni punti molti simili a “The Battle of Epping Forest” di “Selling England by the Pound”, sicuramente interessante per gli scambi ritmici fra batteria e basso nella parte centrale. Ripples inizia come una ballad grazie alla dodici corde per poi divenire più dinamico ed è su questo pezzo dove si comprende come la voce di Collins sia un sostituto validissimo a quella di Gabriel, non solo per il timbro ma anche per la carica emotiva trasmessa.
Leggera e ariosa la title track, dove l’atmosfera è data dal sottofondo continuo del pianoforte ed è il brano davvero più legato agli album precedenti, in particolare a Selling England by the Pound ma anche a Foxtrot, dove la voce doppiata di Collins è spesso come guidata dalle sonorità sottostanti. Il testo, scritto da Tony Banks ispirandosi al libro “The Inheritors” di William Golding, che descrive l’incontro tra l’uomo di Neanderthal, innocente e spirituale, e l’Homo Sapiens, ormai evoluto ma crudele e violento, è una fiaba moderna costellata di metafore sociali e riflessioni sulla natura umana. Il protagonista è una creatura aliena che decide di lasciare il proprio regno dorato per esplorare il mondo degli uomini, che però lo catturano per metterlo in mostra come un fenomeno da baraccone. Il “trucco della coda” si riferisce all’espediente che la creatura utilizza per fuggire dagli uomini: li convince che se lo lasceranno andare mostrerà loro la strada per la città d’oro dalla quale è venuto (“We followed his gaze and we thought that maybe we saw//A spire of gold – no, a trick of the eye that’s all,//But the beast was gone”). In sintesi, è un brano sulla capacità di potersi liberare dalla cecità umana, di riuscire a vedere oltre gli stereotipi.
L’album chiude con Los Endos, strumentale e particolare sia per la parte della batteria, sia perché in riecheggiano vari temi dei pezzi precedenti in modo tale che il pezzo si risolve in una sintesi musicale dell’intero lavoro.
Meno conosciuto dei precedenti, più che altro per la fama a posteriori dei singoli pezzi, “A Trick of the Tail” è in realtà un album che riusciva, in quel particolare momento, a dimostrare la maturità raggiunta dal gruppo a dispetto della inaspettata defezione di Gabriel. Lavoro musicale meno impulsivo e più ponderato, con dettagli sonori impeccabili, un album perfetto tecnicamente che ha contributo in modo prepotente alla storia del progressive rock.

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