Robbie Williams – Britpop

Recensione del disco “Britpop” (Columbia, 2026) di Robbie Williams. A cura di Francesco De Salvin.

Superata la boa dei cinquant’anni, Robbie Williams decide di affrontare il suo “terzo atto” artistico non con la smania della sperimentazione fine a sé stessa, ma con una vertiginosa operazione di riscrittura storica. Se il documentario Netflix e il biopic ”Better Man” ne avevano messo a nudo le fragilità e gli eccessi più grotteschi, questo tredicesimo sigillo, intitolato programmaticamente “Britpop”, cerca di rispondere a un interrogativo rimasto in sospeso dal 1995: cosa sarebbe successo se l’ex-Take That avesse abbracciato totalmente l’estetica di Albione invece di scivolare verso il pop transatlantico di Life ThruaA Lens?

L’album si muove su un binario parallelo tra il pub-rock più muscolare e le solite ballate da stadio, cercando una sintesi tra l’analogico dell’ormai mitologica Cool Britannia e la nostalgica consapevolezza degli Anni Venti del Duemila. L’apertura affidata a Rocket mette subito le cose in chiaro: la chitarra di Tony Iommi (Black Sabbath) sciorina un riff trasgressivo che funge quasi da mantra generazionale. Il caro vecchio Rob rivendica così il suo diritto di “guardare indietro per vivere il presente“, evitando il rischio dell’autoparodia grazie a una scrittura che, pur adagiandosi (forse troppo) ai fasti di pezzoni datati quali Strong Come Undone, in episodi come la solida Spies, appare rinvigorita da un’energia frizzante che non sentivamo da tempo.

Il cuore del disco batte però per le spavalderie sonore che attingono al canone degli anni ’90. Pretty Face evoca le spigolosità di quel decennio, mentre Cocky (con Gaz Coombes dei Supergrass) si abbevera alla fonte del glam-rock patinato degli Sweet. Non mancano le scivolate nel “nonsense” tipico del personaggio, tra rap sarcastici e citazionismo pop-culturale spinto (da Jared Leto a Super Hans), che rendono brani come Bite Your Tongue e You dei potenziali riempipista da club indie, tirati e arroganti quanto basta.

La vera sorpresa risiede nella capacità di Robbie di gestire la materia orchestrale e melodica con un piglio quasi cinematografico. Se It’s OK Until The Drugs Stop Working è un inno agrodolce che mescola l’ironia dei Blur alla solennità di Tony Christie, Morrissey rappresenta il vertice di questa sorta di divertissement piramidale. Si tratta, infatti, di una rielaborazione electropop di Stan scritta a quattro mani con l’ex-rivale Gary Barlow, in cui Williams veste i panni di uno stalker misantropo degli Smiths. Un paradosso musicale che, sulla carta, sembrerebbe destinato a fallire e che invece brilla per sfrontatezza.

In chiusura, con la ripresa acustica di Pocket Rocket, Williams depone le armi e dichiara apertamente la sua missione: essere una “roccia” per il suo pubblico, un punto fermo in un mercato che corre verso estetiche digitali a lui estranee. Detto questo, “Britpop” non è il capolavoro definitivo né l’album della svolta artistica, ma è un disco smaccatamente identitario, un frullatore super-pop privo di complessi d’inferiorità verso le mode del momento. In estrema sintesi, è Robbie Williams che fa Robbie Williams, ed è proprio in questa coerenza che risiede la sua personalissima forma di immortalità.

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