
Un disco di pietra e neon: “Vision Thing” dei Sister of Mercy
Nel suo gelo, “Vision Thing” ha insegnato che anche il disincanto può avere stile, e che a volte l’oscurità non serve a nascondersi, ma a vedere meglio.

Nel suo gelo, “Vision Thing” ha insegnato che anche il disincanto può avere stile, e che a volte l’oscurità non serve a nascondersi, ma a vedere meglio.

È il punto in cui eros, misticismo e ribellione si fondono in un’unica, potente liturgia elettrica. Un album che non si limita a raccontare l’amore, ma lo rende esperienza sensoriale e spirituale.

“Making Movies” è senza dubbio il disco che più rappresenta i Dire Straits e li lancia nell’Olimpo del grande rock. Un album che parla di amore e incomunicabilità, di sentimenti e di condizioni interiori

“Nowhere” è ancora qui, vivo, pulsante, in continua espansione. Il suo posto come “pilastro” dello shoegaze resta incontestato, ma la sua resilienza nasce da un segreto nascosto in bella vista: non è mai stato confinabile in un solo genere.

Tutta la tristezza e tutta la rabbia di quei tredici pezzi usciti che hanno composto il terzo disco di una band che, tra gli sconvolgimenti del punk californiano e la fine dell’epoca grunge, ha saputo trovare un suo vero spazio scenico solo molto tempo dopo le sue uscite discografiche più significative.

“Remain in Light” continua a vibrare come se fosse appena nato: è un laboratorio globale di suoni e ritmi, un disco che guarda avanti e dimostra come una band, capace di smarrirsi, possa arrivare a reinventare qualcosa che trascende il tempo e la musica stessa.

Questo è proprio il disco simbolo di quell’atmosfera emo degli anni 2000, che sicuramente oggi potrebbe risultare edgy, cringe, fuori da qualsiasi corrente moderna di minimalismo

A venticinque anni di distanza, “Warning” continua a suonare come un avvertimento: crescere è inevitabile, farlo senza perdere sé stessi è una sfida. È un disco che non ha bisogno di medaglie per restare vivo.

“Where the Wild Roses Grow” si ascolta al presente – breve, affilata, inequivocabile. Finisce e lascia il silenzio giusto. E viene spontanea una domanda: chi oggi avrebbe ancora il coraggio di scrivere una murder ballad così?

“Atom Heart Mother” compie 55 anni, e non sono uno scherzo. E, a pensarci bene, se dopo 55 anni stiamo ancora ascoltando e parlando di questo lavoro vuol dire che ci troviamo di fronte ad un capolavoro della musica rock.