Julitha Ryan – The Winter Journey
Recensione del disco “The Winter Journey” (Atelier Sonique, 2017) di Julitha Ryan. A cura di Enrico Giani.
C’è un ponte immaginario che collega Melbourne all’Italia, Hugo Race lo percorre meravigliosamente da anni, insieme ai suoi Fatalisti e tante altre collaborazioni. Anche Julitha Ryan – già con Silver Ray, Mick Harvey e con lo stesso Race – ha tentato la strada di un sodalizio Australia-Italia. Per The Winter Journey al suo fianco ci sono Pier Adduce ed Enrico Berton dei Guignol; Massimiliano Gallo e Henry Hugo, per finire con Giovanni Calella che si è occupato anche della produzione.
Il suo esordio da solista del 2012, The Lucky Girl, era apparso interessante, ma un po’ di maniera. Il nuovo lavoro, anche grazie alle collaborazioni italiche e alla maggior cura gli arrangiamenti, riesce a dare spessore e incisività alla voce della cantautrice australiana.
Il disco si apre con un brano tutto in progressione: le parole appena sussurrate “Nothing between me and death / There’s only the cold empty air”, e poi un crescendo di intensità, sino all’esplosione finale, con la voce che continua a salire in un turbinio enfatico, senza mai cadere nell’eccessivo e nel melodrammatico. È un pezzo da colonna sonora, sarebbe perfetto per accompagnare la scena conclusiva di una grande pellicola.
I brani sono tutti costruiti su voce e piano, ci si muove tra cavalcate blues (Like a Jail) e pezzi classici, un po’ art rock e pop-baroque (Memento); si alternano momenti maggiormente languidi (Woman Walks Her Cat) e altri più graffianti (Big Brass Bell).
È un album che trasuda personalità artistica, tematiche un po’ cupe e grande lirismo, il tutto con una preziosa raffinatezza di fondo e qualche guizzo che ne spezza il mood e facilita l’ascolto. Suona classico e potente, assolutamente contemporaneo, ma con un gradevolissimo sapore retrò.




