They Might Be Giants – I Like Fun

Recensione del disco “I Like Fun” (Idlewild, 2018) dei They Might Be Giants. A cura di Lorenzo Fabbri.

“Yes, no, maybe, I don’t know… Can you repeat the question?” Ve la ricordate la sigla di “Malcolm In The Middle”, telefilm di culto sbarcato in Italia nei primi anni zero? I suoi autori hanno da poco raggiunto il ragguardevole traguardo del ventesimo album. Una lunga e prolifica carriera iniziata nel 1982, benché poco conosciuta al di fuori degli Stati Uniti, dove la sistematica presenza nelle classifiche di Billboard dei loro lavori e le numerose date sold out testimoniano gli ampi consensi riscossi.

Da sempre caratterizzati da una vena umoristica giocata sul filo del demenziale i They Might Be Giants giungono al trentacinquesimo anno d’attività, a un passo dal sessantesimo anagrafico, con un disco che rivendica tale attitudine già a partire dal titolo. Purtroppo però di divertente queste quindici tracce hanno ben poco. Sia ben chiaro: non c’è nulla di clamorosamente fatto male o particolarmente irritante, il problema è che la domanda che ricorre più spesso durante l’ascolto è dunque “Sì, ok. Ma quindi?”.

I Left My Body, By The Time You Get This Note, The Bright Side e in generale una metà buona dei pezzi ci portano dalle parti dei Weezer mancando però di un tiro veramente coinvolgente e soprattutto della medesima capacità di concepire melodie memorabili. Stesso discorso per la beatlesiana This Microphone, troppo debole per lasciare qualcosa all’ascoltatore.

Qualcosa che spicca sul mare di compitini d’ordinanza c’é: la marcetta decisamente retrò dell’iniziale Let’s Get This Over With, l’apprezzabilissimo interplay jazzistico della title track  la cui tromba è veramente un tocco di classe, i richiami funky di Push Back The Hands. Troppo poco per impedire al disco di finire inevitabilmente, in quel mucchio informe costituito da quelli ascoltati un paio di volte e mai più ripresi in mano.

Simpatia e leggerezza sono qualità lodevoli nei musicisti ma se non accompagnate da un minimo di inventiva e concretezza in fase di composizione finiscono per rivelarsi fini a sé stesse. Purtroppo se la fama dei TMBG al di fuori dei propri confini nazionali deve dipendere da lavori come questo è assai probabile rimangano sempre solo “quelli della sigla di Malcom”.

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