David Byrne – American Utopia

Recensione del disco “American Utopia” (Todomundo / Nonesuch, 2018) di David Byrne. A cura di Massimo Quarti.

Lo sguardo oltrepassa l’obiettivo, è lontano, già futuro. Quello che ritroviamo in “American Utopia” è il David Byrne che ricordiamo ma, come sempre, un passo, o un miglio, avanti.

A 15 anni dal suo ultimo lavoro da solista e a 4 dalla straordinaria collaborazione con St. Vincent, Byrne torna con un lavoro ricco, corale e anche introspettivo, un racconto di quotidianità trasportate in una realtà parallela, e ci rendiamo conto che esistono artisti che solo con un cenno, un “Hei!” ti fanno drizzare i capelli. Sperimentatore, studioso, maestro, un uomo pacato che assorbe musica di tutto il mondo e la trasforma in scosse elettriche.

American Utopia” è nato insieme a Brian Eno, e questa collaborazione si è evoluta in una versione polifonica che Byrne ha deciso di limare ri-arrangiando tutto elettronicamente, e il risultato è potente. I Dance Like This, la opening track, alterna strofe di questo grande songwriter oltreterreno con una power elettronica che ci riporta al quell’omino stralunato dei più creativi video su Mtv, ed è la sua dichiarazione di sapiente umiltà: “Io ballo così, è il massimo che so fare e se potessi, farei di meglio”.

A noi torna in mente il geniale video di “Once in a Lifetime” – sì, noi lo sappiamo che balli così! La danza di Byrne è una cornucopia in fibrillazione che viene attraversata da luci, suoni, eventi, esperienze, come cassa di risonanza di un’individualità che sa sprigionare energie primordiali.

L’elettro funk dà forma a Gasoline And Dirty Sheets, brano coinvolgente, ispirato, sicuramente uno spettacolo da non perdere dal vivo. Ritroviamo la sua passione per l’America latina nell’ironica e surreale Everyday Is A Miracle, con un tappeto pop-funk ed echi gospel in cui guardiamo il mondo dal punto di vista di un pollo. Dog’s Mind è un viaggio immaginario in cui tutti ci ritroviamo ad essere cani in un parco giochi onirico mentre la ballata intimistica This Is That ci porta a Bullet, dove con un’ altra metamorfosi diventiamo la pallottola che attraversa un corpo nel momento di un assassinio.

Si torna a sonorità vicine al David Byrne più energico e creativo con It’s Not Dark Up Here (il “Hei!” di cui parlavo all’inizio si riferiva a questo pezzo). Doing the Right Thing, tra percussioni e sinfonia introduce l’irresistibile Everybody’s Coming To My House, ovvero il primo singolo estratto, ed è qui che troviamo il cantato duro e impettito che contraddistinse i Talking Heads, con le migliori influenze dell’immaginario di “Remain in Light” e “Stop Making Sense” per renderci conto che “Siamo solo turisti in questa vita”. La closing track Here cerca di mettere in chiaro e di fare un po di ordine nel senso delle cose viaggiando in zone del cervello tra tastiere, percussioni ed elettronica.

Questo disco arricchisce davvero il panorama musicale perchè è un evento, il saggio David Byrne non ci ha delusi.

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