“Blues For The Red Sun”: inspirare il verde fumo dell’infinito e sbuffare tonnellate di rumore urticante
Cambia tutto con “Blues For The Red Sun”: cambiano i Kyuss (e pian piano si sgretolano) ma cambia anche il rock del deserto, diventa vessillo dello stoner, diventa lo stoner stesso ora e per sempre.

Il sole rovente della California a picco su pietre poggiate languide e silenziose lungo la Coachella Valley, il deserto del Mojave e annichilisce le città come Palm Desert che si ergono qui e là. Animali striscianti si allungano su di esse godendo dell’infernale calura che cala dal cosmo profondo mentre osservano gli umani da lontano. Umani che si immergono nel caldo fino a saggiarne la follia e la profondità, alterati, malati e innestati nel cemento e tra mura spesse che rendono fumose salette forni in cui forgiare un suono.
I Kyuss sfondano la porta uscendo dalla stanza e si apprestano a solcare dune e montagne roventi su una nave costruita con assi di rumore, vele che riverberano e si estendono a perdita d’occhio. Sul subito il vascello non ha ancora lo smalto di chi è pronto a cambiare la storia ma le spingarde caricate a fuzz già sparano letali dal ponte verso chiunque vi s’avvicini. “Wretch” per molti è stato un primo passo falso ma nel 1991 – mentre tutti stavano mollemente piegando la testa ad un grunge morente – John Garcia, Josh Homme, Nick Oliveri e Brant Bjork già sapevano cosa fare del proprio arsenale e il colpo sparato è forte. Manca solo una cosa, la più importante: la giusta lentezza.

“Blues For The Red Sun” è la pietra miliare su cui ha preso casa questo mostro squamato ed asciutto che osserva torvo il sole che muore dietro le vette color acciaio e rame. La calma di luoghi piccoli, circondati dalla sabbia è un miracolo per chi vuole contemplare e creare. Cambiare e andare avanti. Inspirare il verde fumo dell’infinito e sbuffare tonnellate di rumore urticante. Pesante. Elefantino. Asciutto e grasso allo stesso tempo. Il vento del deserto che erode chitarre e bassi che in lontananza sono mostri multiforma che si ergono su tutto e tutti e divorano flora e fauna, automobili che rombano su strade squagliate dalla canicola in giorni di puro terrore.
Entra Thumb e tutto cambia, pugni picchiati in terra e ondate massacranti. Voce di cristallo e carbone, infestata dalle droghe eppure lucida, anzi, lucidissima. Le chitarre suonano come nessun’altra chitarra stava facendo in questo momento nel mondo del rock: non c’erano i barocchismi prog, non c’era l’autoindulgenza punk, non c’erano i riflessi arty della scuola no di New York. C’erano solo accordature roboanti che davano alla testa e una serie infinita di riff asfissianti.
Trascinandosi fuori dall’ombra a cavallo di bassi piombati cavalcando Thong Song come un mostro di Dune (dall’immaginario di Lynch), correndo a perdifiato su macchine da guerra sgangherate in fuga da posti paradisiaci prefendovi l’inferno in Terra al grido di Green Machine, shuttle che si fiondano in orbita e irrompono nello spazio tempo mentre 50 Million Year Trip (Downside Up) incendia le casse – e viene vampirizzata persino dai Verdena di Elefante. E ancora stonati da Mondo Generator e Caterpillar March ci si accascia vicino alle iguane viola e i serpenti scintillanti di cui sopra, sfiancati. Cambiati. Atterriti.
Cambia tutto con “Blues For The Red Sun”: cambiano i Kyuss (e pian piano si sgretolano) ma cambia anche il rock del deserto, diventa vessillo dello stoner, diventa lo stoner stesso ora e per sempre. Crea gioielli e mostri – quelli brutti – ma dona ancora furia e quiete, come immagino fece nel lontano 1992. Come fu allora io non lo so. Quella corazzata coperta di ruggine e polvere è passata davanti casa mia tanti anni dopo ma in quelle lande desolate solo in apparenza mi ci ha portato lo stesso.

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