Il primo granello di sabbia nell’apocalisse stoner dei Kyuss: “Wretch”

“Wretch” segna il rito d’iniziazione verso territori mai esplorati fino in fondo prima di allora, facendoci accomodare sul sedile posteriore di una Jeep sporca e inaridita, assicurandoci un viaggio dalle temperature decisamente al di sopra della media

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Prima di entrare nel deserto
i soldati bevvero a lungo l’acqua della cisterna.
Ierocle gettò per terra
l’acqua della sua brocca e disse:
Se dobbiamo entrare nel deserto,
io sono già nel deserto.
Se la sete deve bruciarmi,
che già mi bruci.

Questa è una parabola.
Prima di sprofondarmi nell’inferno
i littori del dio mi permisero di guardare una rosa.
Quella rosa è ora il mio tormento
nell’oscuro regno.
Un uomo fu abbandonato da una donna.
Stabilirono di fingere un ultimo incontro.

L’uomo disse:
Se devo entrare nella solitudine
sono già solo.
Se la sete deve bruciarmi,
che già mi bruci.
Questa è un’altra parabola.
Nessuno sulla terra
ha il coraggio di essere quell’uomo.

Jorge Luis Borges, La Cifra

Ci sono due cose che ci tengo a precisare nell’immediato: arriva l’autunno e io compio gli anni insieme a questo disco. Ho giusto qualche annetto in meno, ma possiamo festeggiare questo traguardo nel migliore dei modi: io riascolto e scrivo, mentre lui si fa riascoltare e venerare, com’è giusto che sia. 

Palm Desert, sud della California. Fine anni Ottanta. La storia dei Kyuss ha inizio da qui. Se non siete mai stati da quelle parti non temete, perché i quattro dischi in carriera della band in questione trasportano sin dal primo ascolto in una dimensione fatta di sabbia e aridità, dove rimanere lucidi è pressoché impossibile. Attraverso le soffocanti dune ci immergiamo in un’atmosfera caotica ma allo stesso tempo statica. Il tempo scorre, noi non ce ne accorgiamo. Non distinguiamo la notte dal giorno, né riconosciamo le sensazioni di fame, sete, sonno. Risucchiati da quel vortice non riusciamo più a farne a meno, nonostante il resto del mondo continui a muoversi, ad evolversi e a regredire.

Tutto questo lo sapevano bene John Garcia, Chris Cockrell, Brant Bjork e Josh Homme, ossia la formazione primordiale degli allora Sons of Kyuss – ancor prima erano i Katzenjammer – che nel 1990 pubblicano il loro primo EP omonimo, contenente delle tracce che andranno ad inserirsi nell’album di debutto appena un anno dopo. Siamo entrati nell’ultimo decennio degli anni Novanta e il clima di radicale cambiamento inizia a risuonare nelle casse di artisti e fruitori di dischi e concerti. Generi musicali come l’hair metal cominciano a passare in sordina, per dar voce ad una generazione sprovvista di lustrini e giacche di pelle, stanca già da adolescente e attratta dai problemi esistenziali ancor prima che questi debbano nascere.

Il 1991 è uno degli anni musicalmente più importanti. Ha visto mettere alla luce in marzo “Spiderland” degli Slint, in aprile “Blue Lines” dei Massive Attack, in novembre “Loveless” dei My Bloody Valentine, e numerosi altri capisaldi di stili e generi diversi, a riprova del fatto che qualcosa di molto più grande di quello che ci si aspettava stava accadendo. Settembre 1991. Nello stesso mese escono “Badmotorfinger” dei Soundgarden e “Nevermind” dei Nirvana. Con quest’ultimo album, che uscirà esattamente il giorno dopo l’esordio vero e proprio dei nostri Kyuss, cambia tutto. Cambiano i riferimenti musicali, cambia il modo di interpretare e ascoltare la musica, cambia la modalità con cui si guardano i videoclip su MTV, cambia il desiderio di una generazione, che porta ai vertici delle classifiche il movimento grunge. In un contesto simile, però, c’è chi nel proprio piccolo – che poi diventerà enorme – prova a mischiare le carte in tavola. Dalla forte influenza acid rock legata a suoni blues e psichedelici arriva servito su un piatto d’argento il genere cosiddetto “stoner”, che negli anni Settanta aveva già visto nascere le proprie radici in band come Black Sabbath, Blue Cheer, Hawkwind, ancora strettamente correlate però a heavy metal e hard rock (ma anche tanto altro). Sarà poi la scena statunitense degli anni Novanta a rielaborare quei suoni portandoli ad un livello più claustrofobico e allucinato.

Ci sono gli Sleep. E poi ci sono loro. I Kyuss rappresentano al meglio le atmosfere asfissianti della California e, nonostante la giovanissima età dei membri, riescono a partorire un album di debutto forse acerbo, ma a tratti spaziale. Ancora molto vicino all’hard rock, “Wretch” segna il rito d’iniziazione verso territori mai esplorati fino in fondo prima di allora, facendoci accomodare sul sedile posteriore di una Jeep sporca e inaridita, assicurandoci un viaggio dalle temperature decisamente al di sopra della media. Nick Olivieri subentra al basso di Chris Cockrell, mentre gli altri tre membri restano invariati: questa sarà la formazione ufficiale di debutto, che resterà tale fino al successivo “Blues for the Red Sun“. 

Noi continuiamo a fare quello che abbiamo sempre fatto. I giornalisti possono creare quanto hype vogliono attorno alla band, ma questo non ci rende più speciali. Non voglio che chi ci ascolta pensi che siamo un grande fenomeno musicale. Siamo quattro ragazzi a cui piace suonare rock. Questo è tutto ciò che vogliamo essere

Brant Bjork, dicembre 1992

Sono quattro ragazzi a cui piace suonare rock ma che hanno un background punk-rock e metal. Sin da ragazzini ascoltano Def Leppard, Discharge, Black Flag, Misfits, Metallica, e loro stessi si definiranno, sempre nel 1992, dei Punk che suonano Rock. Non impazziscono per i Black Sabbath. Riscrivono a modo loro ciò che non hanno potuto vedere dal vivo, che era molto più vicino ai loro tempi, rispetto a quanto lo fossero le band degli anni Settanta.    

Wretch” è un buon esordio, non all’altezza dei successivi album ma comunque una piccola gemma da preservare insieme al resto della collezione. Dai colori sabbiosi, l’essenziale copertina del disco ricorda proprio una distesa desertica, in cui il nome della band è messo in primo piano, a caratteri cubitali. Eppure i Kyuss sono schivi, tutt’altro che protagonisti. Negli appena 8 anni passati insieme sono rarissime le dichiarazioni rilasciate. Erano per lo più Josh Homme e Brant Bjork a farsi carico di eventuali interviste, mentre gli altri ascoltavano. Che fossero troppo fatti per parlare? Può darsi. O forse erano timidi, impacciati, o semplicemente non gliene fregava nulla di dichiarare qualcosa, quando erano i loro strumenti infuocati a parlare. (Beginning of What’s About to Happen) Hwy 74 spalanca le porte al mondo, mettendo subito in chiaro una cosa: i Kyuss non scherzano per niente. I primi riff incendiari si fanno sentire sin dal principio, lasciando pochissimo respiro tra una nota e l’altra, in un susseguirsi concitato di chitarra, basso e batteria, finché la voce graffiante di John Garcia si rivela, in quell’Autostrada 74 che porta nel tunnel del deserto. Qui siamo ancora agli inizi, certo. Il sound si evolverà, crescerà, si farà più pesante, più complesso, meno allegorico e meno derivativo.

I presupposti per diventare qualcosa di più grande, però, ci sono tutti. Love Has Passed Me By segue la scia dell’incipit, spingendo sull’acceleratore in modo ossessivo, quasi disturbante. Sul finale il fuoristrada supera i limiti massimi consentiti, per poi rallentare nella successiva Son of a Bitch, inno di tutti gli incazzati per amore (o sentimenti presunti tali), in cui finalmente sentiamo un Garcia ruggente e avvelenato, accompagnato dai riff sludge/doom di basso e chitarra, pulsanti e infastiditi da qualunque cosa, forse perfino da loro stessi. Una rovente catastrofe sonora che prosegue nella breve traccia Katzenjammer, titolo che riprende il primissimo nome della band, e nella lunghissima The Law, un incendiario sali-scendi di note ora più sporche, ora più psichedeliche, ma con una costante: vietato l’arresto. Forse The Law è il brano più rappresentativo di quello che succederà di lì ad un anno alla band californiana, perché miscela con innata naturalezza inferno e paradiso nello stesso momento, disorientando l’ascoltatore ormai inerme di fronte alle fiamme incandescenti generate dal suono dei Kyuss. Il disco si chiude con una formidabile coda jammata. In soli quattro minuti decolliamo verso lo spazio, tra acid rock, stoner, doom, psichedelia cosmica a non finire, trasportandoci nell’iperuranio e scaraventandoci a terra completamente frastornati. 

Forse è stata tutta una magica allucinazione? No, non credo. Io non ho mai fatto uso di droghe pesanti, eppure mi è sempre bastato ascoltare i Kyuss alle 7.30 di mattina, prima di uscire di casa direzione liceo, per non riuscire a muovere un solo arto per tutta la prima ora di lezione. Ecco spiegato il motivo per cui andavo male in matematica: non riuscivo a scrivere, per colpa dei Kyuss. Al posto di cifre ed equazioni, la mia mente vagava per il sud della California. 

Wretch” prepara l’asfalto bollente ai successivi “Blues for the Red Sun”, “Welcome to Sky Valley e “…and the Circus Leaves Town“, fino allo scioglimento della band e alla nascita di numerosi progetti sia solisti che non dei vari membri, primo fra tutti quello dei Queens of the Stone Age capitanato da Josh Homme, di cui hanno fatto parte anche Nick Olivieri e Alfredo Hernandez, quest’ultimo alla batteria nei Kyuss dopo l’abbandono di Brant Bjork. 

Lunga vita ai Kyuss.

Lunga vita allo stoner. 

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