John Grant – Love Is Magic
Recensione del disco “Love Is Magic” (Bella Union, 2018) di John Grant. A cura di Damiano Gerli.
Non mi dispiacerebbe davvero essere John Grant nella mia prossima vita. Certo, magari un pochino meno paranoico e traumatizzato da come ha vissuto la sua omosessualità. A qualche anno di distanza dal tutto sommato piacevole “Grey Tickles, Black Pressure” ritroviamo l’artistone americano che procede spedito portando avanti il suo messaggio: faccio quel che mi pare e non ho peli sulla lingua. Potrei replicare il discorso che ho fatto per il precedente album, perché se questa è la miglior qualità del nostro, è anche il suo peggior difetto. Oltretutto ancora più difficile da ignorare su “Love is Magic”.
Sull’iniziale Metamorphosis, infatti, pare che John si sia dato quasi al cabaret, svirgolando e sputando una sorta di flusso di coscienza su un tappeto di synth che funkeggiano e bombeggiano; lo riesco quasi a intravedere col face paint bianco – come nella copertina – che saltella e fa movimenti isterici con le sopracciglia. Sembra un bambino che ha appena scoperto quali parole facciano arrabbiare i genitori e sta recitando tutta la lista mentre si frega le mani con un sorrisetto compiaciuto. Poi si ferma, si perde nell’etere, tutto rallenta e ci parla della madre morta e di come lei sia andata via mentre era distratto, ovviamente poi si riparte. L’ascoltatore potrà sicuramente sorridere, ma personalmente non è un pezzo che ascolterei oltre il necessario perché non mi lascia proprio nulla, forse dal vivo sarebbe diverso, non saprei. Comprendo quale fosse il suo obiettivo, ma continuo a non ritenere il pezzo interessante a livello di melodie e musicalità.
In altri punti riesce con discreto successo a riverniciare il vecchio messaggio escapista del classico I Wanna Go To Marz su Tempest, dove fa una lista di vecchi giochi Atari con cui sarebbe bello rifugiarsi col suo partner, mentre il tappeto musicale alterna “blip blop” a sventagliate di sintetizzatori in arpeggio. Preppy Boy invece vorrebbe farci ballare e rimbalzare, ma la voce e la scrittura di Grant davvero mal si prestano a fare “funk”, ci prova disperatamente da anni ma non mi ha mai convinto che avesse i numeri giusti per quel genere. D’altronde, non penso proprio che uno possa imparare a 40 anni come essere funky. Ne troviamo diversi di quel tipo di pezzi di cui Grant pare fin troppo appassionato (Diet Gum va avanti per quasi otto minuti!); risultano sempre simpatici e vi faranno muovere un pochino le anche, ma non è niente che torneresti mai volontariamente ad ascoltare perché lasciano proprio poco.
E questo è un po’ il punto del disco, ogni pezzo è interessante sulla carta, ma poco coinvolgente all’ascolto effettivo. Ci sono fortunatamente un paio di eccezioni che confermano ancora l’ottima capacità dell’americanone per le ballate emozionanti. La title track a proposito utilizza benissimo i synth per una sonorità retrò e moderna insieme, più il suo registro a metà sussurrato e barocco che personalmente adoro e che condisce sempre tutti i suoi momenti migliori. Davvero avrei voluto tutto un album così, non necessariamente condito da malinconia, ma con un’attenzione all’accompagnamento e alla melodia invece di questa sua voglia di essere sopra le righe e vagamente provocatorio. Is He Strange invece parla del suo isolazionismo e del recente amore per l’Islanda, in un pezzo che gioca sulle sue migliori caratteristiche.
Con “Love is Magic”, John Grant continua a voler sfidare costantemente l’ ascoltatore, finendo per dividere il pubblico: chi si era appassionato a lui di recente troverà tanti motivi per continuare, i fan di vecchia data avranno qualche perplessità in più. Personalmente, eccetto tre momenti notevoli, non trovo gran motivi per isolare questo lavoro nella sua discografia. Nonostante abbia sempre ammirato l’artista e la persona, nonché il coraggio insito in certe scelte, continuo a scendere il coinvolgimento che percepisco dalla sua musica.




