311 – Voyager
Recensione del disco “Voyager” (BMG, 2019) dei 311. A cura di Giusepe Loris Ienco.
Destino crudele, quello dei 311. Nonostante i successi commerciali raccolti tra la metà degli anni novanta e i primissimi duemila, non sono mai riusciti a conquistare i cuori della critica. Proprio per niente: è facile trovare il loro nome ai vertici di quelle classifiche redatte dalle riviste o dalle webzine più fighette – che, a dirla tutta, lasciano il tempo che trovano – dedicate ai peggiori gruppi alt metal di sempre.
Il motivo di tanto astio? Credo sia legato alla loro idea un po’ caciarona e inconcludente di crossover: un minestrone di reggae, rap, funk, rock e metal dal sapore estivo, interpretato con il piglio rilassato tipico di quelle jam band che da sempre appassionano i cultori della fattanza.
Solari e distesi anche nei momenti più concitati, i 311 vorrebbero dar vita a un suono fresco ma potente, in grado di fondere la leggerezza dei Sublime e l’energia dei Red Hot Chili Peppers con una pesantezza “ibrida” di scuola Faith No More. Non ci sono mai riusciti, purtroppo: sono davvero pochi gli album da loro prodotti degni di nota.
Tra le tredici uscite accumulate fra il 1993 e il 2019, però, è facile trovare numerose canzoni gradevoli e ben eseguite – anche perché, a esclusione del cantante Nick Hexum, bravo ma un po’ troppo monotono, tutti gli altri componenti della band sono ottimi musicisti. E lo dimostrano ampiamente anche in questo nuovo “Voyager”, un disco che definire discontinuo è riduttivo.
La confusione regna sovrana, dalla prima all’ultima traccia: si parte con un cafonissimo pastrocchio reggae/rap/metal intitolato Crossfire per poi ritrovare un briciolo di lucidità nell’ottima Don’t You Worry, prima di perdersi dentro vecchi ricordi nu (Stainless, Charge It Up e la pompatissima Rolling Through) e persino in qualche digressione psichedelico-spaziale (Better Space e Dream State, una delle migliori in lista).
L’approccio al pop più melodico e radiofonico funziona a fasi alterne: molto bene nel caso della divertente What The?! e del delizioso omaggio a Carlos Santana Space And Time, un po’ meno in Born To Live (strofe rappate e ritornello in stile vecchi Maroon 5), malissimo nelle terribili Good Feeling, Dodging Raindrops e Lucid Dreams. A sapersi muovere, in fin dei conti, in “Voyager” diverse cose decisamente buone le si trovano senza troppi problemi. Attenti solo a dove mettete i piedi, però.




