Sugar Ray – Little Yachty

Recensione del disco “Little Yachty” (BMG, 2019) degli Sugar Ray. A cura di Giuseppe Loris Ienco.

L’inferno deve essere un posto molto simile a una spiaggia affollata. I dannati che si accalcano sulla sponda del fiume Acheronte siamo noi, che ogni estate ci trasciniamo verso le località balneari per andare a formare una massa indistinta di corpi spaparanzati sulle sdraio. Siamo disposti a subire le pene più atroci, pur di allontanarci dallo stress del lavoro e dal caos della città: eritemi e ustioni, vicini di ombrellone rumorosi e bambini molesti, punture di medusa e stronzi galleggianti in acqua.

Per non parlare della piaga peggiore di tutte: gli animatori. Un’orda di demoni chiassosi e perennemente sorridenti che, mentre dormicchiamo o siamo impegnati con un cruciverba, ci disturbano con la loro simpatia forzatissima per provare a coinvolgerci in qualche diabolico ballo di gruppo. La musica che accompagna queste terribili feste danzanti è tra le più raccapriccianti: vecchi tormentoni latino-americani, classici del trash italiano e tanto, tanto liscio in formato midi.

Roba da niente, se confrontata con il contenuto di “Little Yachty”. A dieci anni di distanza dal precedente “Music For Cougars”, gli Sugar Ray tornano con un album di una bruttezza davvero inquietante. Sembrano trascorsi secoli dai non brillantissimi esordi funk metal e dal successo commerciale di “14:59”, discreto esempio di quel bel pop rock californiano che, sul finire dello scorso secolo, era sinonimo di stagione calda, scuole chiuse e momenti felici.

Oggi di quella “splendida” epoca non restano neppure le macerie. Negli undici brani firmati dai “reduci” Mark McGrath (voce e chitarra ritmica) e Rodney Sheppard (chitarra solista) si susseguono i più spaventosi e irritanti cliché delle tipiche sonorità estive: chitarrine acustiche da falò, ukulele e steel drums fanno da contorno a un mix incredibilmente fiacco di melodie pop e ritmi caraibici. Neanche un maestro del calibro di Shaggy riuscirebbe a infondere linfa vitale al plasticosissimo reggae fusion gentilmente offerto dagli Sugar Ray.

Proverò a descriverlo con poche, semplici parole: immaginatevi una collaborazione tra i Los Locos della sigla di Un medico in famiglia, il granchio Sebastian di In fondo al mar e il Mungo Jerry di In The Summertime. Avete fatto? Bene: adesso prendete il frutto del loro lavoro e piazzatelo come sottofondo di una scena qualsiasi di Shrek. Un brutto colpo di sole per McGrath al quale, arrivato a questo punto della carriera, non resta altro che dedicarsi anima e corpo alle comparsate nei video degli Smashing Pumpkins.

P.S.: se vi interessa saperlo, la canzone leggermente meno tremenda di “Little Yachty” si intitola Trouble e potrebbe essere uno scarto dei Train.

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