An Autumn For Crippled Children – All Fell Silent, Everything Went Quiet

Recensione del disco “All Fell Silent, Everything Went Quiet” (Prosthetic Records, 2020) degli An Autumn For Crippled Children. A cura di Fabio Gallato.

Sono giorni difficili, il presente è un vortice di solitudine, il futuro una nebulosa grigia di incertezze. E in questa fanghiglia soffocante non ci poteva essere colonna sonora migliore che il nuovo album degli An Autumn For Crippled Children, tornati puntuali a riempirci l’anima di torbide inquietudini.

All Fell Silent, Everything Went Quiet”, che segna il passaggio alla statunitense Prosthetic Records, si assesta sulle coordinate familiari e riconoscibilissime dei misteriosi olandesi, figure ormai di assoluto rilievo per tutti gli amanti del blackgaze. Giunti all’ottavo album in studio – l’unico ambiente in cui i nostri danno sfogo alla propria vena – quella che potrebbe essere intesa come stasi è invece coerenza, quella che potrebbe sembrare una scrittura normalizzata è invece un intenso racconto del male di vivere. Affievolitasi com’è ovvio la spinta innovatrice, gli An Autumn For Crippled Children sono i profeti di un black metal che rimane inimitabile. Nessun altro sa gestire la melodia come la band olandese, nessun altro sa incastonarla in una coltre così nera e spessa e farla uscire splendente come non mai.

La forza degli An Autumn For Crippled Children sta tutta in un gioco di contrasti e paradossi, oggi ancora vincente. L’attitudine depressive, le chitarre sature fino alla morte, le urla disperate sono la componente black più schietta che si scontra di petto con un universo più ampio, e che non è solo il canonico shoegaze. Gli olandesi hanno imparato a navigare sicuri e a domare flutti furiosi di synth pop, post-punk, dark-wave e di fatto, negli anni, i sintetizzatori hanno acquisito sempre più importanza, divenendo prima comprimari e poi protagonisti. 

In “All Fell Silent, Everything Went Quiet”, ancora più che nei precedenti “Eternal” e “The Light Of September”, le due componenti sembrano estremizzate, spinte alla massima potenza. Il risultato è straniante ed ipnotico: esplosioni di luce si materializzano da gelide tormente nichiliste (I Became You, Paths) e sembrano regalare persino momenti di gioia in un’aria di collasso malinconico (il basso pulsante new wave di Water’s Edge, ma anche il riff catchy e gli archi di Silver). 

C’è spazio anche per approcci più riflessivi, soprattutto nella title-track che ci regala una cavalcata a velocità altalenante sui sentieri del post-metal, ma anche per sinceri omaggi alla materia trve, come in Craving Silence, forse il pezzo più tradizionale, ma che non per questo non è permeato della personalità immensa della band. In Distance poi, i nostri chiudono il disco e i conti con un pezzo che, sarà il momento, sarà la distanza, ma è forse uno dei migliori della loro produzione, un crescendo in cui tutti gli elementi si combinano fino a confluire in un’estasi perfetta di lampi, tuoni e saette, che è un po’ come immagino essere l’anima di questi tre individui dal volto sconosciuto ma amico. 

Ogni volta mi chiedo cosa sia lecito aspettarsi ancora dagli An Autumn For Crippled Children. E ogni volta cado a terra sopraffatto.

Post Simili