Moby – All Visible Objects
Recensione del disco “All Visible Objects” (Mute, 2020) di Moby. A cura di Tommaso Mosole.
Questa notte, a scaldare il dancefloor, abbiamo qualcuno che non ha bisogno di presentazioni. Con trentun album all’attivo, suonerà per noi Moby, con “All Visible Objects”.
Il veterano producer americano torna a farci ballare, come ha già fatto più e più volte in passato. Il disco parte subito in quarta, lasciando presagire quale sarà il mood: cassa dritta, voci house, e via alle danze! Si parte con Morningside, la prima traccia, alla quale segue My Only Love, che è un tuffo negli anni ’90 (ricorda un po’ “Dream About Me”). Mentre con My Refuge si va sul filosofico: “To us who were of necessary birth/ Silence has no meaning”; qui le dinamiche sono senza dubbio ben riuscite.
A farci rifiatare c’è One Last Time, il Moby ambient diciamo, e a seguire appunto, un pezzo molto più aggressivo, oltre che politico, quale Power is Taken. Poi abbiamo Rise up in Love e Forever, coi quali torniamo felicemente a ballare, accompagnati da cori di archi e tutto quello che basta per la house music fatta in stile Moby.
Poco prima della fine, Too Much to Change e Separation ci fanno rilassare con un po’ di ambient e pianoforte: l’ultimo respiro prima del gran finale. Due crescendo, belli intensi, come Tecie e All Visible Objects, non potevano mancare in un disco così. Diciassette minuti pieni di suono sono la chicca finale, la coda che chiude in grande stile l’album.
Ballato abbastanza?




