Moby – always centered at night

Recensione del disco “always centered at night” (Always Centered At Night/Mute, 2024) di Moby. A cura di Gianfranco Maselli.

Non stiamo a qui a sorprenderci di quanto Moby questa volta abbia tirato fuori un prodotto che, più che somigliare ad un disco, sembra un mosaico corale che tocca tanti generi musicali differenti. Chi lo conosce sa che proprio la coralità, sia essa intesa come sintesi fra sonorità diverse che come featuring, è da sempre la firma dal producer newyorkese che, nell’arco della sua carriera quasi quarantennale, ha avuto modo di cimentarsi in sfide decisamente multiformi.

always centered at night” prova non solo quanto detto sopra ma anche quanto, nonostante la quantità di musica su cui Moby ha sperimentato nel corso di una discografica ricchissima, la dimensione sonora a cui è più legato resta quella della malinconia, raccontata e declinata in ogni sua forma così bene da diventare il nucleo dell’intero lavoro, il suo filo conduttore più intimo, il suo centro più introspettivo e, appunto, notturno. Moby la traduce in ogni linguaggio possibile, primo fra tutti quello della house che ha sancito la fortuna dell’artista sin da “Play” (1999) e che ritroviamo in brani come il coralissimo dark days, wild flame e feeling undone.

Questi pezzi scorrono decisamente vivaci scivolando lungo linee di basso calde e circolari, in perfetto accordo con un drumming dalla natura tribale ma dalle ambizioni squisitamente dance, a ricordarci quanto sia stato determinante l’impatto della musica nera nelle dancehall degli ultimi 40 anni. I pezzi vantano anche delle voci femminili di tutto rispetto, un’altra caratteristica centrale in “always centered At night“.

Moby sembra voler decostruire la voce femminile per indagarne ogni declinazione. Gli riesce naturale passare dalle collaborazioni nei brani sopra citati con le voci di Lady Blackbeard, Danaè Wellington, Raquel Rodriguez a featuring completamente diversi come, ad esempio, quello in apertura del disco dove la voce di Serpentwithfeet si appoggia in tutta la sua dolcezza su un pianoforte morbido e toccante. on air è davvero il modo migliore per iniziare un disco catturando l’attenzione dell’ascoltatore, portandolo istantaneamente fra le nuvole e lasciandolo lì, per aria.

Il risultato è un brano estremamente malinconico che sembra, a tratti, ammiccare al James Blake di “Overgrown“, a quelle linee vocali meditative e a quei falsetti tremanti tremendamente r‘n’b che ritroviamo anche nella voce di Gaidaa in transit e nella successiva we’re going wrong con Brie O’ Banion, due brani decisamente meditativi che risultano perfetti per (passatemi il prestito lessicale dalla Gen Z) chillare lo spettatore e viziarlo con una proposta musicale che sembra venire incontro ad ogni capriccio, anche a quelli più spinti. 

Dalla Dance più sorridente e gioviale di brani come should sleep feat JP Bimeni e fall back feat Akemi Fox, il producer newyorkese riesce infatti a spaziare ampiamente, navigando l’elettronica in lungo e in largo, accontentando un range di ascoltatori davvero molto ampio e toccando lidi davvero inaspettati come, ad esempio, quello della drum‘n’bass. È sorprendente quanto pezzi come where is your pride, dove ritroviamo un featuring con il compianto Benjamin Zephaniah e Medusa riescano a convivere così armoniosamente con tutte le anime presenti in “always centered at night“.

Il secondo brano vanta la collaborazione vocale di Aynzli Jones, un contributo eccezionale fatto di linee vocali avvincenti, capaci di saltare immediatamente dal post-punk al blues, fino a giungere abilmente all’hip hop. Impossibile qui non pensare a Franklin James Fisher e ai suoi Algiers, quelli dal drumming più tirato e dalle voci più multiformi ed effettate. Tutti questi rimandi sono così chiari da chiedersi se l’intero ultimo lavoro di Moby non sia forse concepibile come un gigantesco tributo da parte di un artista che sembra collezionare i generi musicali che più gli piacciono, farli propri e scambiarli col pubblico, come se fossero figurine.

Non c’è dimensione sonora che Moby sembri non padroneggiare, un’opinione confermata ulteriormente da precious mind, un brano che sfoggia la partecipazione vocale di India Carney e ci riporta per un attimo, nel suo attacco introduttivo, agli Air di “Moon Safari“. Tutta colpa di un basso che, nel suo strisciare sinuoso sulle percussioni, ci ricorda quello de La Femme D’argent in apertura allo storico lavoro della band francese del 1998, forgiato sulle stesse atmosfere intimistiche, sensuali e notturne alla base di “always centered at night“, confermate dai due pezzi finali che arricchiscono il disco di ulteriori sonorità, attese e non.

Non potevano mancare infatti le distorsioni chitarristiche, tratto peculiare delle produzioni di Moby sin dagli esordi. Fino ad ora assenti nella tracklist compaiono soltanto a ridosso del finale del disco, nell’arrangiamento oscuro e sensuale di sweet moon, un pezzo impossibile da non ricondurre ad un immaginario musicale preciso fatto di voci femminili appassionate, dolenti e struggenti. La collaborazione di Choklate strizza l’occhio al tormento vocale di artiste come Chelsea Wolfe, Beth Gibbons o PJ Harvey, impreziosendo il lavoro di Moby con una componente oscura e decadente e preparandolo per un gran finale, dallo slancio quasi magico. 

La voce di Josè James ci fa da Virgilio, portandoci fuori dalle tenebre di una notte che sembrava non finire mai. La malinconia ci aspetta ancora lì ma stavolta la notte che per 12 tracce è stata è centro del disco sembra finita. Al suo posto il timido albeggiare di ache for, così lucente nel suo accompagnamento orchestrale da tagliare la realtà e farci sbalzare in una dimensione ultraterrena, jazzata, astratta e indecifrabile. L’effetto inatteso a cui assistiamo è lo stesso proposto nel realismo magico di David Sylvian o Brian Eno e certamente la somiglianza del timbro di Jones coi due acuisce il risultato.

Quando la notte soccombe sotto i primi bagliori di un giorno nuovo non ci restano che le considerazioni finali. “always centered at night” è l’ennesima prova di forza di un producer che da sempre rivendica una purezza di intenti lontana da qualsiasi tentativo di compiacere o cavalcare le tendenze del momento. Moby si conferma un’artista incredibilmente sfaccettato, capace di soddisfare in modo sempre nuovo la sua voglia di superarsi, prima ancora che le esigenze del pubblico. 

È sorprendente ritrovarsi, ogni volta, a compiacersi di quanto il producer newyorkese riesca a fare convivere in modo omogeneo così tante sonorità diverse, in un solo lavoro. Moby ci ricorda che sotto il segno di un approccio monastico ed appassionato alla musica, di un’attenzione significativa ai dettagli e del citazionismo più elegante e intelligente ogni cosa diventa possibile.

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