Deftones – Ohms

Recensione del disco “Ohms” (Reprise Records, 2020) dei Deftones. A cura di Fabio-Marco Ferragatta.

Ohms” ovvero la grande altalena. Il ritorno dei Deftones in pompa magna, un sito oscurato, il cartellone che anticipava l’annuncio del disco rintracciato tramite coordinate “misteriose” piazzate online (mannaggia a te, Trent, e alle tue balzane idee di marketing rimaste comunque imbattute), le briciole nelle interviste, e poi? Già, e poi?

Tendo ad essere uno di quei fan bene o male hardcore, che hanno “perdonato” la poca ispirazione di “Saturday Night Wrist”, che addirittura hanno amato e amano ancora “Gore” (ammettiamolo, non siamo in molti), quindi assisto a questo movimento oscillatorio con sgomento e un pizzico di amarezza.

Ohms”, una montagna su cui ci si inerpica a fatica, sulla cui vetta si arriva affaticati e senza fiato e poi si scopre, guardando in basso, di essere saliti di un metro o due, mentre si osserva con orrore la verità: da vedere c’è ben poco, un “panorama” a cui si è già guardato tante di quelle volte che, ad una certa, comincia a non fare più effetto e ci si ritrova a chiedersi: “Già, e poi?”

Le micidiali escoriazioni post-hc/emo tra Far e Handsome (mai così tanto evidenti) della title track come un salvifico miraggio in un deserto sconfinato, una fatica che può portare a pessime conseguenze, tipo la disidratazione e altre cose brutte, tipo la noia. Perché se si cercasse l’oasi non la si troverebbe. Di certo non in Genesis, opaca copia di un passato passato da fin troppo (circa dal 2003), neppure nelle chitarre esageratamente pressanti, ma tutto tranne che abrasive, di Urantia, per non parlare di Headless, schiacciata nella confusione di un arrangiamento che non ha continuità né senso che fa coppia con The Spell Of Mathematics. Poche volte Steph mi ha fatto rimpiangere la sua presenza come in Pompeji, tra stucchevoli melodie e accelerate fuori luogo.

Ohms”, il momento in cui Chino Moreno annaspa e si chiede “Come la farebbe questa Chino?”, dando l’impressione di aver perso il tocco, il guizzo, la “scintillanza”. È la voce la delusione più cocente, l’appiglio in salita che manca e che ci fa pentire di non aver preso il comodo sentiero, o di aver scelto un’altra meta, che una volta intrapresa, sorprende: quando i Deftones non suonano come fossero i Deftones, magia, compaiono le splendide spirali elettriche di Error (alla fine arriva Abe), l’intrepida melodia waveggiante di Ceremony (Chino qui si risponde correttamente) e la catarsi disperata di This Link Is Dead. Già, e poi?

E poi mi fa lo stesso effetto di quando lessi “Il re pallido” di Foster Wallace. Ovvio che pescando qua e là nell’archivio del mostro, roba interessante ne esca, ma una volta raccolta e messa assieme non sta in piedi e non vuol dire granché, lasciando l’amaro in bocca e un gran senso di incompiutezza. La differenza sta nel fatto che il suddetto romanzo è uscito postumo e assemblato da terzi, “Ohms” no. Anche se non si direbbe affatto. Io il bicchiere lo vedo mezzo vuoto, e a scriverne così mi sale ancor di più la tristezza, fidatevi. Ero convinto sarebbe stato il disco dell’anno, e invece…

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