Deftones – private music

Recensione del disco “private music” (Reprise/Warner, 2025) dei Deftones. A cura di Fabio-Marco Ferragatta.

Farsi trarre in inganno dalla linearità del tempo, da A a Z, coi passi intermedi, tappe in evoluzione o, più semplicemente, in movimento. Erroneo se non si guarda meglio, col passare degli anni, alla capacità di inserire un capitolo 10 in discontinuità rispetto agli altri. Nove anni fa vidi “Gore” come la chiusura del trittico “Diamond Eyes”-”Koi No Yokan” quando, invece, faceva storia a sé. Troppo distante da entrambi, strano, allucinato, quasi fuori posto, e così era. Proprio per questo lo trovai oltre il delizioso, mentre in tanti non se ne fecero veramente una ragione. Una cosa già accaduta in tempi assolutamente poco sospetti.

È la Storia dei Deftones che si ripete, e il tempo, infatti, lineare non è. “Ohms” e la sua confusione, disorganizzato e ispirato meno di quanto ci si potesse aspettare, discosto proprio da “Gore”, uscito in un momento umanamente inconcepibile (annus horribilis 2020), troppo sbandierato, con un’operazione di marketing che superava a destra il contenuto. Lo descrissi come un’altalena, il ritorno di Terry Date al banco mix poco più di un nome da esibire sul booklet. Linea del tempo spezzata. Cosa, dopo?

Attesa lunga, cinque anni. Riorganizzarsi. Altro ritorno (ripetizioni di termini di cui abuserò), questa volta Nick Raskulinecz (uno dei tanti a me invisi, assieme a Brendan O’Brien, ma si sorvolerà, in questa sede), e qui il primo indizio. Suoni che si agganciano ad altri, che creano, sì, linearità, ma il cronometro segna un passo contrario e il trittico di cui sopra, i dischi definiti da Chino Moreno come “fratello-sorella”, generano un nuovo legame. Quel legame è “private music”. Annunciato in fretta, senza fronzoli, loghi su schermo durante i live, una data vicinissima nel tempo, il rilascio di due singoli a poca distanza l’uno dall’altro. Singoli che, ancora, traggono in inganno. Ma anche no.

Deftones che, una volta completata la spirale di follia, di abbacinanti suoni frattali, balzano uno step e arrivano a concepire uno standard. È la storia dei Deftones che si ripete, e il tempo, infatti, lineare non è. Yin e yang, “White Pony” e l’omonimo di tre anni più tardi, due pianeti che a malapena si osservavano a distanze da un lato siderali eppure così vicine da potersi toccare. Partire dal presupposto tale per cui nessun album dei Deftones è paragonabile agli altri, nel bene e nel male. Ognuno è storia a sé. Anche ora, anche quando, per l’appunto, si diventa standard. Non mi rimangerò quanto detto in privata sede ascoltando my mind is a mountain, ossia che un brano scontato è peggio di uno brutto. Questo è e questo resterà, il tipico pezzo deftoniano con tutti i crismi al posto giusto, ma che va da A a Z e in mezzo un salto sgraziato. Yin e Yang. Dall’altra parte della scaletta departing the body, elettronica squagliata, noise atomizzato, una chitarra solitaria, Moreno svariate ottave al di sotto di sé, detonazione elettrica, linea interrotta, baluginii granulari, Delgado occupa le frequenze ora più che mai e in modi finora solo accarezzati. Riluce dell’impulso industrial di ecdysis che lancia la sezione ritmica a sponda dura, e fa da manto lunare al ritornello (pare Rhys Fulber quando faceva lo stesso mestiere coi Fear Factory).

milk of the madonna e il suo “spirito santo on fire” (assalto a “un unico abominio clericale, delirio onnipotente, dominio che sovrasta” [cit.]? chissà) è altra questione, costruisce dal basso, pur essendo esattamente ciò che vuoi sentire (ugh) nasconde qualcosa, che prende vita dai feedback in chiusura [ogni brano è legato al successivo da un non-silenzio, ndr], vien su da una schiuma in vinile, vocals nasali, intro non distante da certi momenti beastieboysiani, hiphop sintomatico in base CunninghamSablanCarpenter, Moreno Bifronte (o biforcuto) come non si sentiva da secoli, chiarissimo riavvolgimento della pellicola ma sviluppata con altri acidi, nuovi metodi, evitando il remake per un soffio quel tanto che basta a far sbocciare cut hands e il suo break ferale. Da tanta virulenza si scivola in una hall lounge, chitarre dry incrociate, movimento sornione, metal dream è un labirinto con un centro enorme, dolceamaro e con, al minuto 1.38, soffi nel microfono che ricordano da molto vicino Ænema.

souvenir è sfascio shoegaze, in pompa magna, synth a corpo leggero, otto corde come badili a fare da contrasto al bridge dream pop plus coda disperata prima e amara poi, disperazione amara incarnata in cXz, addirittura clapping, batterie desaturate, movimento missilistico in ascesa. Due o tre cose di troppo, che nulla aggiungono e niente tolgono ma, pure in questo caso, non è la prima volta, storia vecchia.

Non è più il momento dei dischi perfetti dal punto A al punto Z, bensì di “private music” che, nel suo animo “standardizzato”, riluce bianco come la pelle di serpente in copertina e ne segue le linee sinuose lanciandosi all’attacco. E se di “genialità” e/o capolavoro sarebbe meglio non parlare, di classe pare esserne rimasta ancora quel po’ per un altro colpo ben assestato.

Post Simili