Yuko Araki – End Of Trilogy

Recensione del disco “End Of Trilogy” (Room40, 2021) di Yuko Araki. A cura di Fabio-Marco Ferragatta.

Prendi un piano e distruggilo. Prendi la musica e trasformala. Prendi il rumore e plasmalo. Fanne ciò che vuoi e piegalo fino al limite estremo del fastidio. Pensalo, immaginalo e, alla fine di questo processo troverai Yuko Araki.

Polistrumentista nata a Tokyo, cresciuta con le nozioni pianistiche più classiche e poi, come tanti di noi, folgorata sulla via di Damasco dal metal, dall’hardcore punk e da tutto ciò che la capitale del Sol Levante avesse da offrire nelle strade più oscure e nelle sale prova, quelle in cui si suda e suona finché le orecchie non sanguinano. Queste realtà si sovrappongono, negli anni, e il talento di Araki si fa sempre più evidente e spaziare dalle trame psichedeliche delle Kuunatic (band in cui Yuko stringe le bacchette) allo straziare macchine analogiche per creare altri mondi, pesanti e debilitanti, pare non costituire un problema. Anzi.

Nei meandri dello studio si trovano le frequenze e le distorsioni, la ricerca del rumorismo che sfocia nella creazione di “End Of Trilogy”, un groviglio d’intensità noise, una ricerca della melodia sul fondo di una stanza buia e lugubre. Spezza le onde e distrugge, crea e si avvolge. Ci sono orrori striscianti (Lost Race, Moonstroke In The Mountain), mitragliatori harsh che annientano (Code Of Sanctuary, Inconstant Tangents, Cat Food 2), respiri corti e affannosi che espirano techno minimale tagliente come vetro infranto (Optical Landfall), tensioni e sospensioni, momenti di calma perpetua e oscura (Exhaltation), spazialità che volgono sguardi verso il pianeta Tangerine Dream (A Ripple From Observatory) e delirio in cui lo spazio, invece, viene divorato dalla claustrofobia (Dying Of The Night), in un turbine che, una volta spentosi, lascia le orecchie fischiare per ore e ore, mentre questa scheggia post-industriale si allontana nella notte.

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