Lili Refrain – Mana
Recensione del disco “Mana” (Subsound Records, 2022) di Lili Refrain. A cura di Fabio-Marco Ferragatta.
Lili Refrain che cambia. Sono quasi dieci gli anni passati da “Kawax”, il cui intermezzo “ULU” è stato un rituale di passaggio attraverso la porta di un altro regno, quello di “Mana”. Il paesaggio che si mostra agli occhi di chi varca la soglia è nuovo, un ambiente vasto e sconfinato, la cui natura è sospesa al di là della vista.
Un legame puramente intimo unisce “Mana” a quel che è stato finora. Un senso di profonda solitudine si annida nei tonfi percussivi, venatura dell’intero lavoro, come se l’immagine di Lili circondata da rocce e un vento freddo spirassero assieme alla sua voce, un fluire in continuo divenire, come se incarnasse una moltitudine di anime ed esse cercassero il loro spazio nel mondo. Avanguardia tribale, synth che aleggiano come nebbia sulla testa di canti sacri, nebbia che si può inspirare. L’incedere è lento, il profumo di musica cosmica si diffonde nello spazio circostante e lo satura, lasciando che il vuoto si riempia in crescendo con gli schiocchi delle bacchette ad intrufolarsi nelle pieghe della concentrazione per indurire l’atmosfera.
L’uno si moltiplica, il ritmo intensifica la propria presenza, da etereo il racconto diventa spingente, ferale e corazzato di pulsioni elettroniche che azzannano, l’ugola in metamorfosi di terrore, le chitarre che risalgono la china, le melodie implodono e innalzano una colonna di acqua e luce pronte a demolire l’idea di metal in favore di un’architettura di sfiancante brutalità e leggiadria aerea con due figure che si scontrano tra mare ed alba, luce e dolore.
Dimenticate ciò che è stato. Questo è un mondo nuovo.




