Cynic – Ascension Codes
Recensione del disco “Ascension Codes” (Season Of Mist, 2021) dei Cynic. A cura di Fabio-Marco Ferragatta.
Rimasto solo, Paul Masvidal non poteva interrompere l’esistenza eterea dei Cynic. Doveva continuare a tracciarne la rotta attraverso il cosmo aperto. Ricrea una sua costellazione assieme a Dave Mackay e Matt Lynch e imposta la navigazione. Perché fermarsi? Perché nascondere al mondo “Ascension Codes”?
I “codici dell’ascesa” sono un costrutto che genera un sistema binario: un brano ambientale e poi la scoperta di un nuovo pianeta, o meglio, la sua terraformazione tramite materiali riconoscibili ma capaci di parlare al futuro. Incatenando il prog alla sua natura più cristallina, Masvidal riesce a tessere composizioni aeree, in trasparenza la tela di chitarre che interseca batterie serrate, legate a bassi e synth duri come diamante che si allineano ad una vocalità spettrale, come un richiamo lontano, alieno.
6th Dimensional Archetype, In A Multiverse Where Atoms Sings (è qui che Lynch dimostra tutta la grazia travolgente dei suoi “drumscapes) e Mythical Serpents sanno di Mars Volta, sono trip a lungo raggio, Elements And Their Inhabitants è un propulsore fusion che si estende fino alla stordente Architects Of Consciousness, con la sezione ritmica martoriante interrotta da strappi vocali appesi al vuoto e se il jazz avesse un esoscheletro scintillante allora si paleserebbe come Aurora, ancora una volta Paul dilania la tela con la sua voce da altri mondi, realtà intoccabili a passi di danza di popolazioni sconosciute mentre saette jungle si abbattono e radono tutto al suolo, e se qualcosa è rimasto in piedi ci pensa la deragliante aggro-melodia di Diamond Light Body a concludere il lavoro.
Perdersi nei meandri dello spazio è l’unica cosa che resta da fare quando si ha a che fare coi Cynic al cui nome la parola fine non può che non attecchire. In nessun caso.




