Eels – Extreme Witchcraft

Recensione del disco “Extreme Witchcraft” (E Works Records, 2022) degli Eels. A cura di Paolo Esposito.

Una delle domande che un appassionato di musica si pone ciclicamente è: in 25 e passa anni di carriera, gli Eels hanno mai fatto un disco brutto? La risposta è no, perché se pure andassimo a pescare lavori all’epoca bistrattati dalla critica, troveremmo comunque diverse trovate tali da rivalutarli. È il caso di “Souljacker”, un disco che ha avuto la sola sfortuna di capitare in mezzo a due pezzi di granito come “Daisies Of The Galaxy” e “Shotenanny!” L’idea di fondo era quella di ragionare sull’anima degli esseri umani, sospesi tra chi voleva strapparla dopo un omicidio (nello slang americano, il soul jacker è un serial killer convinto di poterci riuscire) e i pensieri dello stesso E, che teme di non averla o di dimenticarsene per sempre.

“Souljacker” è stato prodotto in collaborazione con John Parish, inglese di Bristol, che all’epoca passò 3 settimane negli studi casalinghi di Mr. E a Los Angeles prima di dichiarare concluso il lavoro. Poi i due sono rimasti in contatto, in diverse esibizioni hanno anche condiviso il palco. L’ultima volta è accaduto in Galles, nel 2019, poi lo stop alle attività live e ai viaggi a causa della pandemia hanno raffreddato la corrispondenza. A inizio 2021, Everett riceve un inaspettato ma piacevole messaggio da Mark Romanek, regista del video di Novocaine For The Soul: Mr. E gli confessa che in quel periodo ascolta “Souljacker” diverse volte al giorno. Così Romanek, pensando di fare cosa gradita, chiama Parish e lo convince a fare un tentativo con Mr. E, al fine di mettere in piedi una nuova collaborazione.

Le circostanze sono inedite in quanto i due non possono ricongiungersi, ma le idee ci sono e la tecnologia agevola di sicuro. Inizia così un lungo gioco di rimbalzi di file, prima suonati, poi modificati, infine mixati e confezionati – grazie anche alla collaborazione in fase produttiva di Koool G Murder, storico bassista degli Eels – il cui risultato è “Extreme Witchcraft”. Al centro della scena il solito, meraviglioso collage di storie semplici, vissute da un Everett che ancora una volta si pone al centro della narrazione, si guarda intorno e fa un resoconto sulla sua esistenza.

Il tema centrale del disco è l’accettazione, intesa come superamento di un momento negativo del passato – in diversi punti il messaggio sembra essere indirizzato alla sua vecchia compagna – che però diventa parte della felicità presente. Grazie all’amor proprio e alla consapevolezza dei propri sentimenti, E alla fine comunica di aver fatto pace con se stesso.  

L’inizio energico di Amateur Hour, pochi fronzoli e un bel riff, è seguito a ruota dall’asciutto scambio noisy-acustico alle chitarre proposto in Good Night On Earth, il tutto poggiante su base elettronica. Con Strawberries And Popcorn si tira il fiato per qualche istante, tra un organo zuccheroso e chitarre ancora acustiche, che però tornano ferrose in Steam Engine.

Tra drum machine e campionatori, con intermezzi cadenzati da percussioni, una bella e inaspettata virata verso canoni hip hop ci aspetta con Grandfather Clock Strikes Twelve, ma è un parentesi: con Stumbling Bee si ritrova tutta la sghemba poetica di Mr. E. Una poetica che ha i suoi saliscendi, ora tenue, ora più accentuata, come dimostra la più rockeggiante The Magic. I tempi dispari, i riff graffianti e la voce stentorea di Everett proseguono in Better Living Throug Depression.

Non manca la ballad, ecco quindi la minimale e introspettiva Anyway, da assaporare lentamente insieme a una cioccolata calda in un pomeriggio d’inverno. La spettrale What It Isn’t – quasi in stile grunge – fa da apripista al dittico finale, composto dalle divagazioni southern di Learning While I Lose e dall’ennesima variazione sul tema elettroacustico di I Know You’re Right  

Da “Extreme Witchcraft” a “Souljacker”, viaggiando indietro e poi di nuovo avanti nel tempo, il passo è lungo ma agevole, nel nome della rinnovata collaborazione tra gli Eels e John Parish. E quella domanda che torna tutte le volte, anche a ‘sto giro: sono riusciti a fare un disco brutto? No, nemmeno stavolta.

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