Prehistoric Pigs – The Fourth Moon
Recensione del disco “The Fourth Moon” (Go Down Records, 2021) dei Prehistoric Pigs. A cura di Giuseppe Loris Ienco.
Facciamo subito i complimenti ai Prehistoric Pigs, perché il loro “The Fourth Moon” è un album davvero degno di nota. Una lettera d’amore sincera e appassionata – e anche un po’ rustica, ma non è da intendersi come una critica negativa – allo stoner rock nella sua forma più cruda, ruvida e psichedelica. Inutile tirar fuori troppe parole per descrivere il lavoro svolto dal trio friuliano, sulle scene ormai da un decennio tondo tondo. La musica strumentale, almeno quella di questo tipo, richiede un ascolto attento, approfondito e soprattutto silente.
Se avete intenzione di dare una chance al gruppo di Mortegliano, fate prima in modo di tener lontani i disturbi che vi attanagliano e sgombrate la mente da ogni sorta di pensiero. Considerate pure questi trentasette minuti alla stregua di una breve ma assai piacevole via di fuga dal logorio della vita moderna. E allora, vi chiederete voi, non ci basterebbe sorseggiare un amaro Cynar? Fate pure quello. Ma di sottofondo sparatevi le sei tracce di “The Fourth Moon”. Di bicchiere in bicchiere, la vostra esperienza al fianco dei Prehistoric Pigs si farà sempre più immersiva.
Con i sensi ottenebrati dall’alcol, vi risulterà più semplice affondare nella viscosa palude stoner in cui sguazzano il chitarrista Juri Tirelli – un uomo che, con ogni probabilità, è cresciuto a pane, Tony Iommi e Matt Pike – e la granitica sezione ritmica che lo accompagna, composta dal fratello Jacopo Tirelli (basso) e dal cugino Mattia Piani (batteria).
La band ha una forte indole jammistica e non fa davvero nulla per nasconderlo. La genuinità di questi brani – che sembrano tutti registrati dal vivo, nonostante la presenza di non poche sovraincisioni – sta anche nelle piccole imprecisioni che affiorano di tanto in tanto, quasi a voler imitare quell’esperienza live che al giorno d’oggi manca moltissimo a ogni singolo essere umano sul pianeta Terra. A esclusione degli Stati Uniti, dove mi pare continuino a fare concerti in sale affollatissime e smascheratissime nonostante la temibile variante Omicron. Ma ora sto divagando, quindi credo sia arrivato il momento di chiudere qui la recensione.
Non mi resta che consigliarvi l’ascolto di questo bel “The Fourth Moon”, un esempio più che convincente di stoner rock ben suonato, grezzo, intransigente ma anche dinamico, ricco com’è di atmosfere cangianti (penso ai toni spaziali di Old Rats e ai frequentissimi richiami al doom metal sparsi in lungo e in largo). Se apprezzate i lavori di Earthless, Karma To Burn, Kyuss e Sleep, qui troverete senza ombra di dubbio pane per i vostri denti.




