AUA – The Damaged Organ

Recensione del disco “The Damaged Organ” (Crazysane Records, 2022) degli AUA. A cura di Simone Grazzi.

C’era una volta il krautrock. Avanguardia artistica protesa verso la forma canzone. Erano gli anni ’60, c’erano i cabaret e i cineforum dediti all’espressionismo tedesco, padre del cinema sperimentale. Talenti figli di quella musica classica contemporanea figlia di John Cage avrebbero dato vita ad ensemble di culto come AMM, Guru Guru, Faust, La Dusseldorf, Neu, Kraftwerk, Can, Popol Vuh e molti altri. Una rivoluzione silenziosa, ma estremamente radicale che avrebbe dato vita ad un punto di rottura e di non ritorno per tutte le sonorità rock ed elettroniche degli anni a venire.

E poi arriviamo al 2021, anno in cui il duo tedesco formato da Henrik Eichmann e Fabian Bremer ha deciso di raccogliere parte di quella meravigliosa ed ancora inesauribile eredità e dar luce al proprio disco d’esordio, “The Damaged Organ”. I suoni sono più tenui, i contorni più definiti e i contrasti meno acidi ed aggressivi, ma la propensione per la ricerca di nuove prospettive rimane la solita. I punti di vista restano angolari e angolati.

L’influenza di figure come quella di Thom Yorke e dei suoi compagni di giochi si sente forte ed il tutto diviene qui più onirico, misterioso e oscuro, ma la voglia e la volontà di disegnare interessanti spigolature rimane intatta. I livelli di introspezione salgono a dismisura mano a mano che il disco scivola via traccia dopo traccia, ma i punti di contatto con la tradizione Kraut rimangono tutti ben visibili.

No One Famous Ever Came From Here è un acquerello fatto di suoni e voci che ci preparano ad un percorso che già con le successive Post Human Blossom e Malformed si fa ancor più interessante e intrigante. Qui i richiami alle già citate Testediradio si fanno altamente espliciti, ma fino a che i riferimenti e le influenze sono queste, nessuna obiezione può rovinare ciò che stiamo ascoltando. Brick Break schiaccia sull’acceleratore e una virata indie rock pervade l’intera atmosfera. Le pareti si tingono di un nero fuliggine e l’aria si fa densamente più grave, l’impressione è quella di un percorso inesorabilmente rivolto verso sotterranei lividi e privi di luce, ma nel momento di maggior cupezza, Island Song, la traccia successiva,ci riporta a riveder le stelle con un etereo space rock vagamente prog e sognante.

La rotta della nostra spaceship punta dritto verso corpi celesti risplendenti di luce propria anche nelle successive Buffout e Death In Space. Gli arrangiamenti sono asciutti, efficaci e il cantato è un tutt’uno con il suono dall’inizio alla fine del disco. Il basso ipnotico di Wrong Address è un richiamo mancuniano esplicito che ci traghetta verso l’ultimo segmento di questo disco che anche nel suo saluto finale rimane altamente legato ad una lieve, ma mai oppressiva e cupa tristezza di fondo. Inferior – Glowing One, Pt.2 è una piccola solenne e leggera lacrima che solca la guancia del volto di “The Damaged Organ”, un album che segna l’ingresso dalla porta principale degli AUA.

C’era una volta il Krautrock e per fortuna c’è ancora, nelle sue nuove forme ed espressioni vitali, allora come oggi.

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