To the stars, my love: non voglio salutare Mark Lanegan
Lanegan non c’è più. Sarò svenevole, ma non importa, non mi interessa. Perché senza Lanegan questo mondo che fa sempre più schifo finirà per essere ancora più buio. Con la differenza che in quel buio non ci saranno nuove parole per noi.

Sento una bella canzone
Offlaga Disco Pax, Tono metallico standard
e gli chiedo chi è che canta
con la solita faccia mi risponde
col suo tono metallico standard
e dice rassegnato
“È Mark Lanegan“
Poi un lampo di vita
si ridesta dai suoi pensieri troppo alti e scollegati
e mi comunica deciso
“Non credo tu lo conosca
era il cantante degli Screaming Trees”
Ora capisco
il mio aspetto ordinario
gli trasmette ascolti deplorevoli
Ma io lo so chi è Mark Lanegan
arrogante bottegaio
indegno della roba che vendi qui dentro
alternativo dei miei coglioni
Una sera come tante. Una sera inutile come tante. La noia, le cose da fare, una cena consumata per il dovere di farlo. La noia, ancora, mi porta ad aprire Instagram, chissà che non ci trovi qualcosa, e qualcosa trovo. Uno screenshot di un post su Twitter. La spunta blu sta vicino al nome di Mark Lanegan. Presagisco il meglio, prima di leggere, ma poi leggo, ho questo viziaccio. Sul subito non capisco, al mio cervello va un attimo per processare, giusto il tempo che traduca quello che sta leggendo. Lo stomaco si rivolta. La rete rimbalza la notizia, comincia la cascata. All’inizio, come sempre capita, la mente ti dice “notizia falsa, cerca meglio, scandaglia tutto, porca troia”. E chi sono io per darle contro? Lo faccio, perché va fatto, perché è il nostro lavoro, quello di evitare le notizie false e ovviamente ci spero. Invece no. Mark Lanegan è morto.
È morto. Resto lì, fermo, attonito, quello che volete. Fermo. Cerco di digerire la cosa. Inserisco il pilota automatico e scrivo la “notizia” (ci devo mettere le virgolette, altrimenti vomito), perché anche questo dobbiamo fare, noi, scribacchini. Poi resto lì, un’altra volta. E fumo tremila sigarette, è un cliché, ma lo faccio. Tiro fuori dalla libreria “Sing Backwards And Weep”, lo apro, mentre scrivo agli altri della redazione, che per noi Mark Lanegan era qualcosa di più che una semplice voce, era la pietra su cui poggiava il nostro stato d’animo. L’insicura sicurezza che il dolore è lì per restare, anche quando lo si è sconfitto più di una volta. Quindi ripenso al libro, lo sfoglio. L’ho letto mentre il mondo era fermo, nel 2020, nella sua lingua madre, e mentre leggevo cercavo di immaginare la sua voce catacombale mentre narrava a me, che del suo vissuto non avevo nulla di nulla in comune, cos’è il dolore. Cos’è l’inferno vero. Com’è fare del male agli altri, a sé stesso, e com’è amare chiunque, anche chi stava come stava lui. L’amore per Kurt e Layne, il dolore che condivideva con questi ragazzi e ciò che li infestava, che lui sapeva già tutto. Tutto quel senso di colpa disastroso che non gli impedì di continuare la sua corsa all’autodistruzione.
I’ve been up Lord
Lord, I’ve been down
Feel like I’m headed to that burying ground
Ho letto tanti libri che mi hanno straziato, ma perlopiù era fiction, per quanto toccante, era roba filtrata attraverso la lente dell’autore, ma pur sempre fiction. Quello che Lanegan (era così che voleva lo chiamassero, col suo cognome) stava riversando su quei fogli, invece, era tutto vero. Ogni capitolo è un gradino che porta più in basso, eppure restituisce l’immagine dell’uomo che era. Con la musica che si muoveva frenetica assieme a quella maledetta eroina nelle sue vene, e sentirlo parlare di quanto gli piacevano i Suicide, di come li ascoltava mentre cedeva alle sue debolezze, e neppure quelle avevano cancellato quanto amasse “A Way Of Life”, la voce di Alan Vega, un altro viaggiatore anomalo che nel suo solco ha lasciato più sangue di tanti, tanti altri.
This is the curse
Suicide, Wild In Blue
Yeah, she’s wild in blue
L’inevitabile conseguenza è ricominciare da capo, da dove è iniziato tutto per ognuno di noi. Per me è stato con “Songs For The Deaf”. No, non gli Screaming Trees perché, no, non mi piacevano e nemmeno ora e forse mai e poi mai (anche se Nearly Lost You…). Perché avrebbero dovuto, sentire la sua voce incastrata in una gabbia non faceva per me, così lo percepivo nella sua prima, comunque immensa band. Immensa perché c’era lui. Insomma, torno a quel 2002, puerile sedicenne già avviato da un pezzo sulla via del grunge ma ancora colpevolmente ignaro di Lanegan, che tanti di voi potrebbero dire “ma allora, cazzo vuoi?”, non importa, perché poi il video di No One Knows cambiò tutto.

L’uomo con il cappellino lercio calcato in testa e la sigaretta che pende tra le labbra prima schiacciato in mezzo a Homme e Oliveri e che poi si prende una pizza da un cervo è lui, ed è lì, come sul retro del CD che da lì a poco comprerò, che guarda torvo dalla foto in rosso e nero e il cui nome mi si impresse in testa per sempre, così come la voce, quel macigno grave che sferza A Song For The Dead, corroborato da quella performance live che taglia il viso e passa su MTV, tutto l’opposto di una merdosa rockstar, l’uomo qualunque che qualunque non è e non sarà mai e poi mai, fermo e impassibile mentre quei quattro gli si aggirano attorno bruciando tutto, lui strappa la gola “It’s late enough to go driving, and see what’s mine, life the study of dying, how to do it right”, e più in là quel “FUCK IT” e ancora quegli occhi furenti, carichi, e non importa se sta fermo, lo sai che in gola si scatena il pandemonio. Lo senti.
Il flusso non va interrotto, vado lungo e scrivo ancora, perché voglio allontanare il momento in cui dovrò interrompere…Insomma, ripenso ancora, a come continuai a restare in contatto con quella voce. Certo, erano gli anni in cui, ancora a causa di quegli individui, rimasi incollato alle Desert Sessions, e tutto ciò che vi era collegato era per me un respiro di un mondo che non avrei toccato in tempi brevi – e ancora non ho affatto toccato – e ne derivò “Bubblegum”, lontano dai suoi primi fasti in solitaria, fuori dalla gabbia del demone, ma ancora così vicino, e io che li rifuggivo ancora per un po’, perché funzionavo e ancora funziono così, ho bisogno del mio tempo. Sentire Lanegan duettare con PJ Harvey era qualcosa di più di lancinante, eppur in qualche modo liberatorio, pareva quasi che due voci per certi versi inconciliabili fossero lì per incontrarsi inevitabilmente, ad un certo punto, come calamitati, due facce della stessa medaglia di bronzo, sporca e passata nel mezzo di migliaia di battaglie, e io non posso che innamorarmene ancora di più.
Ghost arrives at its bitter end
To the Promised Land and the dark descends
I’m Babylon burned inside out
Nothing to kill it
Lungo il cammino mi imbatto nei Mad Season. Tutti ci siamo imbattuti nei Mad Season, ed è lì che il cuore si squaglia, che il fango ci ricopre tutti. “Above” mi stritola, e fino alla lettura del libro potevo solo fantasticare su Layne e Lanegan intenti a scrivere uno dei brani più potenti e distruttivi di sempre, non solo di quella scena maledetta, che nessuno voleva, nemmeno chi l’aveva “costruita”: Long Gone Day. Lanegan arriva in studio, Layne gli dice “tu scrivi una frase, io un’altra”. Dopo 45 minuti questa canzone devastante, capace di strappare il cuore ad un gigante di granito non solo è bell’e che scritta, i due la registrano. Com’è possibile? Sento Lanegan parlarne mentre leggo, con tono beffardo, come se non fosse poi tutto questo granché farlo. Così nascono le cose immense. Non sempre però due stelle feroci incrociano il proprio cammino. Non sempre le cose funzionano. Questa sì, non solo, diventa immortale, e fa male quando la storia finisce, e anni dopo la notizia della morte di Staley a lasciarlo distrutto e vuoto. Proprio come mi sento io ora.
The luckless ones are broken
Fears and lies for answers
You and open flames
God knows I’m gone
Più passano gli anni, più mi lego a Lanegan, tutti gli album che escono li divoro, alcuni di più, altri meno e se ripenso ora a “Blues Funeral” mi sento un morso allo stomaco, eppure come troneggia ancora, anche se ricordo che tanti, all’epoca, non ne furono affatto felici. I Eppure è quel qualcosa in più che nasce lì che resterà negli anni a venire, fino all’ultimo, come un assestarsi del bilico melodico che accompagna quella sua voce. Una volta sola l’ho visto dal vivo, e mi è sembrato gigantesco, immobile come in quel video coi QOTSA, molto più “stiloso” (è così, che mi passiate il termine o no), con le mani tatuate, capace di catalizzare gli sguardi e scorticare anima e orecchie, nel suo nero lucore. Sentirlo poi prestare la voce ad Earth prima, Cult Of Luna e The Armed molto più di recente, e prima ancora assieme a Greg Dulli, i due Gutter Twins, con quel loro modo di sventrare i sentimenti, ognuno con il proprio incubo ricorrente, con un amore immenso, interpretare Chelsea Wolfe, generare duetti da brividi con Mike Patton e Gibby Haynes (e non ringrazierò mai a sufficienza i Soulsavers per quell’album enorme che è “Broken“) dava la misura di quanti mondi potesse visitare, donando loro la sua oscura, magnifica profondità.

E potrei non fermarmi mai. C’è troppo, e troppo ancora ci sarebbe dovuto essere. Fa schifo dover chiudere. Fa schifo pensare che non potrò più scrivere una news che parli di un nuovo disco di Lanegan e della sua band, al massimo postumo. Postumo. Perché Lanegan non c’è più. Sarò svenevole, ma non importa, non mi interessa. Perché senza Lanegan questo mondo che fa sempre più schifo finirà per essere ancora più buio. Con la differenza che in quel buio non ci saranno nuove parole per noi.
Ma Lanegan ne ha scritte tante. Forse è questo quello che conta. Conta ciò che è stato fatto, conta una vita diventata corpo e spirito del suo racconto. Come ha detto Lucinda Williams “Alla fine la canzone diventa verità e la verità diventa canzone.” E questa verità non può finire, nemmeno quando la terra copre il corpo per sempre.
To the stars, my love
To the sea
To the wheels, my love
‘Til they roll all over me
Non ti saluterò, Mark. Mi dispiace.




