Band Of Horses – Things Are Great

Recensione del disco “Things Are Great” (BMG, 2022) dei Band Of Horses. A cura di Simone Catena.

Dopo sei lunghi anni dall’ultimo album la band americana Band Of Horses riprende la sua giusta strada delicata e emozionante con un nuovo disco. “Things Are Great” apre una nuova prospettiva meno tortuosa, carica di melodie malinconiche e segna un chiaro ritorno alle origini. Le sonorità indie rock classiche della band statunitense si incastrano bene alla linea vocale unica e riconoscibile di Bridwell, che inserisce le sue tematiche personali all’interno di un viaggio intenso e melodico.

La traccia di apertura Warning Signs colora il cielo di una luce incantevole e la melodia struggente della chitarra si avvolge alle parole sensibili per narrare la continua lotta alle dipendenze e ai problemi di salute nell’ambito di una società dormiente e ottusa. Il brano trasmette una sensazione importante che ci fa riflettere e ci porta ad aprire gli occhi. Segue Crutch e il suo vortice di chitarre acustiche che cavalcano un’armonia preziosa. La struttura si presenta fresca e raggiante, con un tempo ipnotico e godibile, nel testo poi si descrive un argomento delicato come l’abbandono e la continua sfida a non arrendersi. Tragedy Of The Commons invece è un ennesimo grido di rabbia verso il più potente, che ingoia tutto con il suo menefreghismo e per questo ne risente anche l’ambiente che ci circonda. Le sonorità qui si reggono sopra un tiro leggero e sperimentale nella parte centrale, ampliando il cammino in una sorta di ballata sognante. Sul passaggio blues di Hard Times ci troviamo davanti a una battaglia verso i sentimenti profondi e il senso di smarrimento, dopo una difficile relazione romantica. La chitarra a rilento si apre su un tappeto sussurrato che porta all’ascolto dei primi Kings Of Leon. Il primo trittico di brani si completa con l’energia positiva di In Need Of Repair, uno dei primi singoli dell’album, in cui notiamo tutto il percorso del gruppo che si agita in vibrazioni cupe in una classica canzone orecchiabile.

Aftermath aziona la seconda parte di questo capitolo con un tono oscuro e con l’eco infinito delle chitarre che vanno a descrivere gli incubi e lo stress dovuti ai traumi accumulati, di cui molte persone continuano a soffrire. La composizione però lascia uno spiraglio di luce preciso e ben riuscito. Il rock incalzante di Lights invece trascina l’ascoltatore in un brano eccellente, dal tempo graffiante e un ritornello corposo. Senza dubbio un’opera importante, la migliore del disco. Ci avviciniamo alla fine con le armonie morbide di Ice Night We’re Having che si lanciano in una danza ritmica di spessore e una voce che disegna un mosaico audace e spensierato.

L’album infine si conclude sulle note di due tracce leggere che si uniscono a un ricordo magico: You Are Nice to Me e Coalinga. La prima presenta un ukulele infantile che fa da contrasto alle chitarre ruvide, giocando su un sentimento amichevole e ricco di riflessione, mentre l’ultima traccia racconta il viaggio della band dentro un vissuto armonioso, alla ricerca di vecchie figure perse nel tempo in questa vita imprevedibile.

I ragazzi di Seattle tornano a sorprendere con un disco originale, ricco di spunti e illuminato da un’aura poetica che li conferma in modo definitivo come figura portante della scena musicale attuale.

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