Bryan Adams – So Happy It Hurts
Recensione del disco “So Happy It Hurts” (BMG, 2022) di Bryan Adams. A cura di Paolo Esposito.
Alla fine del 2019 Bryan Adams era reduce dai buoni riscontri, commerciali e di critica, di “Shine A Light”. La title track scritta con Ed Sheeran, un bel duetto con Jennifer Lopez, insomma: nulla faceva temere il peggio. Poi è arrivata la pandemia, il timore si è diffuso praticamente in tutto il mondo. Bryan, nel frattempo passato in BMG dopo lunga militanza alla Polydor, non ha potuto che assistere inerme alla lotta contro il virus, ma da artista ha reagito a modo suo, da ottimista.
Ha quindi iniziato a immaginare quel che sarebbe stato una volta finite le restrizioni, tra produzioni, happening con i colleghi e soprattutto concerti: il rocker canadese è stato pervaso da un immediato senso di felicità. Una felicità che ovviamente poteva essere esternata in musica, ma non condivisa in quanto il divieto di incontrarsi lo impediva. Così Bryan, direttamente da casa, ha cominciato a produrre tutto in proprio. E’ stata l’occasione per tornare a scrivere, certo, ma anche per cimentarsi con strumenti mai suonati prima, come ad esempio la batteria.
Dopo quasi due anni viene quindi alla luce “So Happy It Hurts”, quindicesimo album in studio che già dal titolo sprigiona un entusiasmo dilagante. Una voglia di vivere che, stando già all’incipit della title track, dona una felicità che fa male, un filo conduttore che in Never Gonna Rain ribalta il concetto secondo cui non può piovere per sempre. A tal proposito, Bryan ha dichiarato che per essere veramente felici bisogna vivere il momento, considerando la pioggia un regalo e non una minaccia. Il pacchetto di 4 singoli è completato dall’adrenalinica Kick Ass, presentata lo scorso novembre all’Encore Theater di Las Vegas, e da On The Road, un pezzo che fa da colonna sonora al lancio del calendario Pirelli 2022. Per l’occasione, Bryan ha dato sfogo all’altra sua passione, la fotografia, curando in prima persona tutti gli scatti della famosa pubblicazione edita dalla casa di pneumatici milanese.
Non mancano le ballad, come la claptoniana You Lift Me Up, la reggaeggiante Always Have, Alwais Will e l’acustica Let’s Do This, bilanciate dal puro divertimento di I’ve Been Looking For You e Just About Gone. C’è poi una parentesi revival, composta da I Ain’t Worth Shit Without You e Just Like Me, Just Like You: si assapora un retrogusto antico, che riporta agli esordi eighties di Adams. Il finale di These Are The Moments That Make Up My Life è riflessivo ma non malinconico.
“So Happy It Hurts” è un disco versatile: lo puoi ascoltare con la stessa efficacia in macchina, mentre passeggi, in cuffia al lavoro o mentre prepari la cena. È radiofonico, nel senso che è destinato a un consumo di massa, ma senza troppe pretese riesce ad essere anche sufficientemente introspettivo. Tuttavia, più che il disco in sé, che rappresenta il “solito” e ben confezionato prodotto commerciale, stupisce la vitalità crescente nonostante gli eventi di Bryan da Kingston.
Meditiamo attentamente sulla capacità che ha un musicista affermato, a 60 anni suonati da tempo, di imparare a suonare nuovi strumenti, apprendere rudimenti di produzione discografica e nel frattempo convincere Iggy Pop a farsi fotografare nudo, coperto di vernice argentata, per un calendario. Ecco, credo che a questo mondo ci sia bisogno di meno guerre e più Bryan Adams.




