Ho99o9 – SKIN

Recensione del disco “SKIN” (DTA Records, 2022) degli Ho99o9. A cura di Fabio-Marco Ferragatta.

theOGM nel comunicato stampa che accompagnava l’annuncio di “SKIN” paventava la possibilità che qualcuno di ben poco lungimirante avrebbe visto la partecipazione di Travis Barker in qualità di produttore come uno “svendersi”, un modo di esprimersi che più anacronistico non si potrebbe, ma che ascoltando l’album avrebbe capito di aver sbagliato e non di poco. Se siete tra questi (sempre ammesso che il duo di Newark sia chiacchierato in questo deserto che è l’Italia) sappiate che, sì, avete cannato e fareste bene a ricredervi.

Tra un mixtape e l’altro, “SKIN” è il seguito di quel “United States Of Horror” che riportava le lancette indietro all’epoca in cui mescolare generi di rottura era non solo naturale ma necessario, senza risultare scontati e datati. Il mondo estremo di theOGM ed Eaddy brucia ancora e continua a agganciare i propri tentacoli in ogni direzione possibile, appiccando più di un incendio, sostando in quel solco lasciato dall’assenza di Death Grips e che pare assordante. Continuano a fare male e lo faranno sempre, anzi, se possibile anche di più.

Ricalibrare la macchina per ferire in modi sempre diversi, questo fanno gli Ho99o9, sono abrasivi anche se meno “crust”, più folli e diretti, cattivi e pressanti. Di amore e gratitudine verso l’hardcore punk ’80 non sono mai paghi e così all’esplosione sottocassa pensano le mutazioni che allucinano SKINHEAD, Saul Williams (altro se non più grande fautore della commistione di generi in ambito black) si accascia dub, mentre tutto attorno imperversano demoni punk e stomp core deliranti, e se le collaborazioni possono dare tanto è così che Corey Taylor sembra recuperare le proprie doti messe a nanna nei suoi progetti principali, perché le sue grida sono impatto distruttivo nella feroce BITE MY FACE che porta giù nelle profondità più oscure della malebolgia più fetida.

A non far dimenticare la propria matrice hip hop ci pensano inanellando pompaggi groove come DEVIL AT THE CROSSROADS (versante techno forse mutuati da quel passato featuring coi Prodigy), la sorniona SLO BREAD (versante hip-soul marcescente) e l’atomizzazione harsh di THE WORLD, THE FLESH, THE DEVIL e quella bombastiche che rivestono DEAD OR ASLEEP? (versante trap che si schianta hc e metal di faccia). Certo, fa impressione sentire voci clean sparse qua e là, ma funzionano, aprono ancora più ad altri punti d’arrivo e a rimettere le cose sui giusti binari grind ci pensa LOWER THAN SCUM, che sarà la presenza di quest’ultimo termine, ma ricordano proprio i Napalm Death.

Qui non si è venduto nessuno.

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