Lustmord & Various Artists – The Others [Lustmord Deconstructed]
Recensione del disco “The Others [Lustmord Deconstructed] (Pelagic Records, 2022) di Lustmord & various artists. A cura di Fabio-Marco Ferragatta.
Non è solo nell’epoca dell’”indietro tutta” che si possono avvistare all’orizzonte degli eventi, pronti ad essere inghiottiti in quel buco nero del rétro, cover album di qualsiasi fattura, tributi a singoli artisti o sparati in più direzioni, è qualcosa che fa parte del tessuto stesso della musica, dell’assimilazione delle altrui lezioni che diventano lettere d’amore vere e proprie. Ma cose come l’operazione messa in atto da Pelagic Records con “The Others [Lustmord Deconstructed]” non sono comuni.
Quando parliamo di Lustmord parliamo di un artista di caratura oltre – oltre punto e basta, quindi Oltre – che è stato (ed è ancora) capace di coniugare il rumore alla capacità di costruzione melodica, raccogliendo attorno a sé accoliti del proprio non-verbo incantati da quanto la sua idea di “rumore” sia riuscita a raggiungere vette che ad altri sono sempre state precluse. “[O T H E R]” conteneva al suo interno proprio mano e mente di alcuni tra i più “pregiati” tra questi accoliti, chitarre che hanno segnato per sempre il mondo “rock” tanto quanto le sue “macchine” hanno fatto per il mondo digitale, che rispondono al nome dei propri padroni Adam Jones, Buzz Osborne e Aaron Turner. Menti eccelse per un disco eccelso.
Come fare dunque per tributarne l’esistenza fregandosene altamente se non c’è un anniversario di mezzo, mantenendo inalterato quel senso di oscurità e perdizione che si sente in quei pochi brani? Non basta chiamare un gruppo di amanti del disco in questione, ci vogliono artisti in grado di leggerlo da un’altra prospettiva. Pare impresa ardua, perché in questo tipo di operazioni nulla è più semplice di sfornare un semplice esercizio di stile, dimostrando di non aver capito il punto chiave della filosofia di Brian Williams.
Non sempre riesce, sarebbe impensabile, ma chi si avvicina al cuore di tenebra lo fa in maniera eccellente. Ihsahn, che di oscurità se ne intende, è in grado di imbastire un raggio d’azione di chitarre e sample che divelgono Dark Awakening, unico a toccare il brano in questione per tramutarlo in una spirale di male in orgasmi spaventosi. Er Eb Eos è in fin dei conti un crescendo, e i Mono sono i signori di tale tecnica, capaci di far fiorire da un sintetizzatore monocorde un’esplosione di chitarre estenuanti mentre dall’altra parte dello specchio Jaye Jayle la fa caracollare sotto parole intrise di paranoia e legni sfibranti fino alla mutazione finale in filastrocca d’incubo (quasi che potrebbe far parte di un altro album di Williams, ovvero “The Word As Power”), antitesi delle parafernalia progressive che The Ocean mettono al servizio della isisiana Primal [State Of Being], sebbene sull’originale le chitarre fossero di King Buzzo e non di Turner.
Gli Ulver escono dal “palazzo dorato del pop” dismettendo i vestiti neonwave per tornare in quel regno di orrore latente che li caratterizzò, così Godeater è un raggelante e uggioso tunnel le cui pareti trasudano sinusoidi e tremori, un ambiente in cui vivono e proliferano le infezioni dark-jazz che i Bohren & Der Club Of Gore inoculano a fondo nel sistema nervoso di Plateau che pare squagliarsi sulle strade bagnate di una città fantasma sotto i colpi di fiati che sono contrappunti dopo la tempesta. Testament nelle mani di Steve Von Till/Harvestman diventa un mantra rituale che fa risuonare la sei corde in oscure foreste senza nome che nascondono misteri innominabili ed è forse la trasformazione più radicale in assoluto assieme a quelle di Årabrot perché immaginano qualcosa che non poteva esserci dove non doveva esistere, loro forgiando The Last Days (See The Light), che è a tutti gli effetti qualcosa di nuovo, pulsante a tinte gotiche spingendo fuori dall’utero noise un anticristo rock di propria natura occulto e di Hackedepicciotto, che altri non sono che l’altro veterano del frastuono Alexander Hacke e sua moglie Danielle De Picciotto, lambendo epiche effusioni industrial-folk che portano alla formazione dal buio del lucore di Trinity Past.
Un diario di bordo di un’astronave partita verso un viaggio che porta al cambiamento, fino a che di ciò che fu non rimanga nient’altro che l’interpolazione nel proprio DNA, a imperitura memoria del fatto che la musica si sta ancora trasformando, nonostante tutto.

![LUSTMORD: ad aprile l’album “The Others [Lustmord Deconstructed]”](/img/uploads/unnamed-20.jpeg)


