Annibale – Elefanti

Recensione del disco “Elefanti” (Tilt Music, 2022) di Annibale. A cura di Angela Denise Laudato.

Impossibile non pensare alla discesa oltre le Alpi italiane, del famoso generale cartaginese, accompagnata da enormi elefanti da guerra. Oltre a questa ispirazione, però, pare esserci anche molto altro. A rivelarlo è lo stesso Annibale, nome d’arte del giovane cantautore napoletano Nicolò Annibale, classe ’95. 

“Elefanti” parla del percorso dell’uomo e dei vari sentimenti che nella vita, dalla nascita fino alla morte, ognuno di noi tende ad incontrare. Il passo nobile dell’elefante evoca l’atteggiamento dell’uomo verso la vita, nel tentativo di affrontare la solitudine, la lontananza, la pioggia e, qualche volta, anche la felicità.

“O troveremo una strada, o ne costruiremo una”, recita la frase storicamente attribuita al condottiero cartaginese. Il disco “Elefanti” cerca di ricalcarne le parole, seguendone i passi verso il medesimo fine. Ed è proprio la figura di un elefante ad essere posta al centro della copertina. Tratteggiato a linee essenziali, l’animale sembra protetto dalle pareti di un cuore anatomico, quasi fosse una casa, un rifugio. Un posto sicuro in cui nascondersi. Il cuore è il centro di ognuno di noi. Ognuno di noi ha all’interno i propri elefanti. E Annibale ci parla dei suoi, con spontaneità e grande onestà, inseguendo sonorità nuove e distaccandosi considerevolmente dal suo precedente lavoro, “Ce voglio credere”, datato 2016, con la produzione artistica di Fabrizio Fedele.

Registrato interamente in analogico, il disco “Elefanti” è  un percorso lungo quattordici tracce.  In apertura troviamo Liberami, una ballad che anticipa quella che sarà l’essenzialità e la potenza del flusso del suo racconto personale. Segue il brano Come musica, in cui, insieme ad altre tracce come Lassame sta o La fine del mondo, il passaggio dal canto dialettale a quello italiano (e viceversa!) consente di tuffarci in un’atmosfera per nulla pesante o stucchevole, confermando Nicolò come abile e moderno narratore, armato di chitarra e reduce di una formazione di matrice blues e melodica. 

Nel corso del disco, infatti, è possibile sentire nitidamente le influenze di Pino Daniele (chiaro indizio e rimando il titolo della quarta traccia E Maggio se ne va) e dei 24 Grana, passando per la delicatezza narrativa di Gnut (la traccia Se fusse tu richiama alla memoria le strofe di una sua celebre canzone scritta in collaborazione con Daniele Sepe) e del folk dei La Maschera, fino a cadenze Soul ed r’n’b e al blues americano di John Mayer. Interessanti, inoltre, i riferimenti letterari, complici anche gli studi universitari in lettere moderne, che influenzano e contaminano la scrittura dei brani. In Storia di un cantautore (feat. Peppoh), ad esempio, c’è un evidente cenno al romanzo “Chiedi alla polvere” di John Fante.

L’ultima parte del disco si apre con Altrove, dove, abbandonando le note più pop delle tracce precedenti, inizia quella che è la vera e propria discesa verso i sentimenti: lontananza e solitudine, speranza e mare all’orizzonte. Voglia di fare e di dire. I toni si fanno più intimi e al contempo distesi, fino all’arrivo degli Elefanti, che calpestano il suolo con forza e incisività, nella loro forma gigante. Quest’ultima traccia, oltre a dare il titolo all’album, è quella che probabilmente riesce a raccontare meglio l’intero concept del lavoro: un punto di vista sulla vita e sul percorso umano, con i suoi sentimenti, le sue sensazioni e le sue scelte. In chiusura troviamo Outro, che, vestendo i panni di una litania di oltre i quattro minuti, si sviluppa nell’accavallarsi soffuso di un’unica frase, ripetuta ossessivamente, quasi all’infinito. 

Così finisce il viaggio degli “Elefanti”, nell’invito ad accettare la vita nelle sue forme mutevoli e fluide, accogliendone le sfumature dell’intero percorso, affinché possa giungersi alla consapevolezza dell’arrivo.

Post Simili