Nicolò Carnesi – Ananke
Recensione del disco “Ananke” (Manita Dischi / Garrincha 373, 2025) di Nicolò Carnesi. A cura di Diego Civino.
C’è chi corre dietro agli algoritmi e chi invece li supera senza nemmeno rendersene conto. “Ananke“ appartiene decisamente alla seconda categoria. Otto brani fuori da ogni schema, che non cercano scorciatoie e si prendono il lusso del tempo, della stratificazione, della complessità. Per alcuni sarà un disco difficile. Per altri, quelli che amano perdere l’equilibrio e lasciarsi trasportare, sarà un rifugio.
Con “Ananke“, Nicolò Carnesi fa un passo avanti significativo: non solo prende in mano tutte le fasi della creazione (scrittura, esecuzione, registrazione e produzione), ma soprattutto decide di esprimersi usando il linguaggio potente del Mito. Non si tratta di un semplice capriccio intellettuale né di un esercizio di stile: è un modo per distaccarsi dall’autobiografia e raggiungere qualcosa di più profondo. Una meditazione su ciò che ci tiene insieme e ciò che ci fa agire. Sul nostro destino, se vogliamo. E infatti, Ananke, nella mitologia greca, è proprio la necessità, il fato ineluttabile.
Ad accogliere l’ascoltatore è la lunga suite di Prometeo, un’esplorazione sonora ricca di strati, sogni e malinconia, sempre in movimento e mai statica. I suoni si rincorrono, si deformano, si mescolano. La struttura è liquida, le parole diventano parte della musica e non viceversa. Non si cerca il ritornello, si cerca l’atmosfera. È come se Carnesi ci prendesse per mano e ci dicesse: non serve capire tutto subito. Basta restare.
Orfeo, che segue, cambia tono ma conserva intatta la sua intensità. C’è un groove più evidente, ma l’elettronica resta rarefatta e imprevedibile. I suoni si allungano, si frantumano, si ricompongono. È una discesa negli inferi che si danza con la mente e con il cuore. In Narciso si fa spazio l’introspezione: l’arrangiamento si fa più asciutto, ma non meno ricercato. E quando arriva Eco, tutto si fa più lieve, come un ricordo che affiora appena, ma non smette di farsi sentire. Anche qui, non c’è mai una via dritta, una struttura classica. Carnesi non ha fretta. Né voglia di compiacere.
Zeus si arrabbia! esplode quasi a sorpresa, con un titolo che sorprende e una ritmica incalzante. È un momento di rottura, ironico e potente, in cui la scrittura si fa più tagliente. Poi tutto rallenta di nuovo con Motel Olimpia: un sogno a occhi aperti, sospeso, costruito su sintetizzatori che sembrano onde sonore che vanno e vengono. Ci si perde, ma senza paura.
Amore e Psiche riporta l’album verso la sua parte più luminosa, ma senza rinunciare al mistero. C’è dolcezza, ma anche inquietudine. Come se l’equilibrio fosse sempre precario. E Stavamo così bene sdraiati dentro l’uragano – sì, proprio così, un titolo che è già un racconto – chiude tutto come una specie di epilogo: poetico, irrisolto, vagamente nostalgico. Un brano che resta in sospensione, e che forse contiene già il prossimo passo.
“Ananke” è un album che non si accontenta. Non cerca l’orecchiabilità facile, non strizza l’occhio alle playlist usa-e-getta. È un disco che pretende attenzione, ma sa anche restituirla, offrendo all’ascoltatore qualcosa di raro: la sensazione di muoversi dentro un universo sonoro coerente, personale, necessario. Serve la giusta atmosfera, magari la notte con le cuffie, per lasciarsi completamente coinvolgere. E una volta dentro, è impossibile uscirne.




