Macelleria Mobile di Mezzanotte – This Savaging Disaster

Recensione del disco “the Savaging Disaster” (Subsound Records, 2022) dei Macelleria Mobile di Mezzanotte. A cura di Fabio-Marco Ferragatta.

“Una disperata dichiarazione d’amore per tutti gli sconfitti”. Fermo qua la citazione perché non serve nient’altro per far sì che un disco mi catturi completamente. So, inoltre, che provenendo dai Macelleria Mobile di Mezzanotte sarà proprio così, né più né meno.

A partire dalla copertina di “This Savaging Disaster” percepisco il cambiamento che si staglia all’orizzonte. Se affiancate quella del suo predecessore “Noir Jazz Femdom” noterete come l’ambiente si sposti in verticale, la notte stinga in un giorno malato e avvolgente, i colori si sciolgono in acquitrini che vanno ad estendersi sulla terra filtrando nel sottosuolo. È l’alba, l’alba di un suono che trova un nuovo letto in cui fluire, sempre più liquido scorre tra scogli olografici, crea un rumore melodioso, in avanguardia rispetto al corso in cui è confluito da poco. Araki mutato in Rothko.

Immaginatevi, come ha fatto il leader Lorenzo Mancinati, un mondo con un eroe inascoltato, anzi, un mondo privo di eroi, e immaginatelo sospeso, un piede a pendere in un passato affatto remoto, di cui si sente ancora il lezzo, e la sensazione sterile di un mondo asettico, bianco, che si muove lateralmente anziché in linea retta avanti a sé, e sarete pronti per un viaggio che può solo far male. Io, da par mio, fantastico di un rave cyberpunk che volge al termine, la luce accecante del sole che ferisce gli occhi e da un sound system fatto di ottone e legno roventi imbastito per il funeral di un mondo agli sgoccioli ecco fuoriuscire l’onda quadra di Conquistadores, un loop circolare e ipnotico che pompa un sangue carico di piombo e violenza, disastrato dal suono che sfregia la title track, granulare e alienante, duro come colpi di piombo che fanno tremare Love Me Like A Black Mass, un tunnel di cemento in cui ci si può perdere, rischiando la pelle a causa del mostro che lo abita, attratti dalle sue grida sensuali.

La massa di corpi sudati bar colla sotto Blue Dream e i suoi colpi storti, fusi in un ritmo ubriaco di malessere jazzistico, quasi miserabile. …and I Love You Anyway è un cuore che pulsa dalle profondità di un palazzo in disfacimento poco distante, e più i raggi feroci di quel bianco sole ne investono le pareti più cresce e si schiude, ricacciando le chicche sintetiche giù per l’apparato digerente, colpendo il legno e la pelle. Quando la macchina si accanisce per sovrastare l’umano fioriscono brutalità ambient come Desert Jazz Massacre, sabbie mobili composte da metallo granulare pronto ad inghiottire tutto.

Così, come l’afterhour più apocalittico di tutti, com’è arrivato, “This Savaging Disaster” se ne va, spegnendosi, lasciando dietro agli occhi nessuna estasi bensì solo un senso di perdita inevitabile. Che essa debba ancora arrivare o sia giù avvenuta non è dato sapersi.

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