Dehd – Blue Skies
Recensione del disco “Blue Skies” (Fat Possum, 2022) dei Dehd. A cura di Maria Balsamo.
Chitarra in stile reverb-heavy, percussioni smussate e voci idiosincratiche che includono frammenti drawl, call and response. Il tutto miscelato insieme a guaiti e un uso frequente di contro-melodie. La sobrietà del sound di genere aggancia sfumature di post-punk, spiattellandosi su wall of sound dipinte di surf rock e dream pop.
I Dehd tornano sulla scena con l’uscita del nuovo album “Blue Skies” prodotto dalla label indipendente americana Fat Possum. Il trio alternative rock di Chicago si è formato nel 2015 ed è composto dall’istrionica musicista Emily Kempf, dal chitarrista Jason Balla e dal batterista Eric McGrady. La band ha già saltellato con successo sulla scena dell’indie-rock americano grazie al precedente album “Flower Of Devotion” del 2020.
Bad Love, singolo estratto lo scorso San Valentino, è una traccia intrisa di sex addiction (visivo e non). In un mix di alternative rock, indie anni 2000 e amore per le melodie degli 80s, la cantante e bassista Emily Kempf si è messa in gioco come regista realizzando un coloratissimo video che ha girato insieme all’amico regista Kevin Veselka. L’immagine fortemente garage rock è una promessa verso l’audience, una festa di suoni e colori. Il sound da perfetta radio edit fa di questa canzone un manifesto senza pretese per l’avvio di un percorso artistico noisy e al contempo stiloso.
I reverberidi Window regalano quel tocco di reverse di cui l’album necessita. Quattro minuti e poco più di vibrazioni positive, di aperture luminose su finestre liberty e trasparenti. Stars fa molto british post-punk. La manieristica impressione scaturita dal canto di Emily non fugge dal ricordo dei The Cure e da quello della voce di Robert Smith. Qui lo stylish sound è appeso su corde di psichedelia e goliardie hippie.
I Dehd hanno instaurato una relazione rigenerativa con l’etichetta Fat Possum, concedendosi il tempo giusto per sperimentare nuovi arrangiamenti e giocare con drum machine e sintetizzatori. Pur permettendogli di continuare a scrivere e registrare da soli ogni parte dell’album, la Fat ha concesso loro alcuni vincoli discografici. Parliamo della collaborazione col tecnico del missaggio vincitore del Grammy, Craig Silvey e con l’ingegnere del mastering Heba Kadry. Il risultato è stata una seconda svolta consecutiva per la band: stavolta più acuta e intelligente, con armonie e ritmi sofisticati e ponderati.
Nei 13 brani Jason Balla sembra voler citare di proposito i Cocteau Twins mentre Emily Kempf fa esplicito riferimento alle opere di James Brown e Dolly Parton al loro approccio musicale.
“Blue Skies” è una sorta di album selvaggio, una mossa di speranza tempestiva che sogna (ancora) ad occhi aperti il finire degli anni ’80.




